Questo strano appuntamento...

Questo strano appuntamento...

Stasera ho appuntamento con la morte.
L'ho capito stamattina, mentre mi lavavo i denti. Stavo ascoltando i Metallica e, d'improvviso, le parole di Nothing Else Matters mi hanno rivelato che sarebbe arrivata. Stavolta, per scaramanzia, non mi sono messo a pulire casa, a cambiare le lenzuola, a rendere il mio nido più piacevole. Tutte le volte che l'ho fatto sperando che una donna salisse da me, mi sono ritrovato da solo e depresso in una casa pulitissima. Pulire casa porta male.

Ma stasera niente cinema, niente passeggiate, niente aperitivi fuori. Niente preamboli, nessun vediamo, nessun devo prima capire, nessun non sono sicura o — peggio — dipende solo da te. 

Verrà direttamente qui, senza finzioni, senza schermi e schermaglie. Le sto preparando la cena. Cosa mangia la morte?

Non sapendo immaginare cosa volesse, ho cucinato per me. Ho fatto le lasagne, quelle verdi. Con tanta besciamella. E ho messo in fresco una bottiglia di rosso per le occasioni.

Io non ho paura di morire. 

Forse perché sono morto e rinato già una volta, e ne conosco il volto: una donna. Bella e giovane. In altri termini, una tragedia. Quella morte non si presenterà più al mio cospetto. So che quando la seconda, definitiva, sarà solo a pochi passi, la sentirò arrivare e le aprirò la porta. E accada quel che deve.

Ora so ciò che per molto tempo ho ignorato: siamo tutti da sempre pronti alla morte. Fingiamo solo di non esserlo.
Ho cinquantasei anni e ho fatto, nelle mie vite, ciò che potevo. Non è stato sempre ciò che volevo; sicuramente non è stato tutto quello che dovevo. Ma è stato il mio meglio. Sono stato io.

Nel giro di qualche anno se ne perderà anche il ricordo. Resteranno solo gli effetti, umili come la terra fertile nascosta sotto l'erba nuova.

Cercatemi allora, ma solo se lo vorrete, nella buona compagnia delle promesse d'amore custodite sulla Luna, tra il senno di Orlando e la bellezza di Angelica.

Sento l'ascensore che sale. Non so perché, ma so che è lei. Appena un po' in ritardo — veramente non so a che ora avessimo l'appuntamento, ma sono sicuro che siano quattro o cinque minuti. L'ascensore si ferma al piano, suona, apro senza chiedere chi è.

Come mi aspettavo — va' a sapere perché — si è messa in tiro. Senza eccessi. Sotto un cappottino bianco panna aperto sul davanti, che le sottolinea la curva dei fianchi, indossa una gonna scura, al ginocchio, un paio di stivali di pelle col tacco medio e un lupetto color pastello. Uno scialle morbido e leggero, dalle tinte chiare, le si avviluppa intorno alle spalle, al collo e al sorriso. Porta tutto con molto stile, anche il fedora bordeaux messo sulle ventitré.

— Scusa il ritardo. Spero che l'attesa valga la pena — mi dice porgendomi guanti e borsa.

Entra come se conoscesse già la casa. Non con l'aria di chi la invade, ma con quella di chi la esplora per vedere se tutto è ancora al suo posto. È molto bella. Più della donna che mi uccise diciassette anni fa.

Ma allora morii desiderando un bacio che non ebbi. Non riuscii neppure a baciarle la mano. Ora la morte mi guarda come se fosse venuta per altro. Non per prendermi, almeno non soltanto. Per la cena e due chiacchiere con un vecchio amico.

Si siede sul divano. Si toglie le scarpe. Guarda in giro come fanno le donne quando entrano per la prima volta in casa tua e in trenta secondi hanno già capito più cose di te di quante tu ne abbia capite in cinquantasei anni.

Sul tavolino vede una scacchiera.

— Vuoi fare una partita?
— No. Tra l'altro sono un pessimo giocatore.

Lei sorride.

— Meno male, anche io sono un disastro con gli scacchi. Troppa strategia, non fa per me.
— E quindi come funziona? dovrei esprimere un ultimo desiderio?
— Solo se ne hai uno.
— E se stessi bene così, a parlare con te?
— Nessun problema. Tra l'altro ho finito anche le sigarette. Non ne hai?
— Mi dispiace. Ho smesso da un paio d'anni.
— Dovevo capirlo. Dovevamo vederci due settimane fa.

Rido, un po' imbarazzato.

— Mi dispiace.
— Oh, poco male. Due settimane fa avevo il ciclo.

Poi si gira verso il televisore.

— Guardiamo Il Trono di Spade?
— Volentieri. Siamo alla terza stagione.
— No, saltiamo direttamente alla quinta. Nella terza non ne resta vivo quasi nessuno.

E quinta sia.

Vado in cucina a prendere le lasagne e la bottiglia di rosso. Mi vede tornare con il cavatappi in mano.

— Non hai una birra?

Mangiamo le lasagne sul divano con i vassoi sulle ginocchia e lo schermo che ci illumina i profili. Lei tiene la bottiglia di birra con due mani come fanno i tifosi durante la finale dei mondiali. Non ho mai visto niente di così bello.


Effettivamente la quinta stagione ha una marcia in più. E anche gli stronzi iniziano a pagare.

A un certo punto mi viene un dubbio.

— A proposito… sono vivo o sono già morto?

Lei mi guarda un secondo. Poi mi dà un pizzico violentissimo sulla gamba.

— Ahi.

Vivo.

— Hai altra birra in frigo?

Faccio segno di sì con la testa. Lei si alza e va in cucina. Torna con una birra anche per me.

Mentre sto per bere mi viene in mente che potrebbe essere avvelenata. Ma bevo lo stesso. E mi piace.

A un certo punto posa la bottiglia, guarda il mio vassoio e inclina la testa.

— Sai, la tua lasagna è proprio buona, ma…
— Ma?
— Ma — ride — è orrendamente simmetrica.

Non faccio in tempo a capire cosa voglia dire che infila un dito nella mia porzione e ci scava un buco, neanche al centro: vicino al bordo, che collassa nel piatto.

Lei, con aria soddisfatta, si porta il dito alla bocca.

Resto a guardarla come un idiota.
Un idiota felice.

Lei continua a ridacchiare.

— Ora è anche più buona.
— Hai appena sabotato la mia lasagna perfetta.
— La perfezione è inquietante.
— Lo dici tu che sei la morte.
— Appunto. Nessuno è perfetto.
— Parla per te.

Quando le lasagne sono finite da un po', complice anche la confidenza alcolica, le chiedo qualcosa di lei. Quando è nata.

— Più che chiedermi quando — dice — dovresti chiedermi dove.

Poi comincia. Nello schermo si continua a morire.

Qualcuno l'ha fatta nascere al buio, là dove manca la luce. 

—Banale — dice — Tutti siamo nati al buio. E infatti dite che un bambino viene dato alla luce: ma prima era forse morto? 

Altri l'hanno fatta nascere tra i giganti, nipote di lupi e serpenti. Per altri ancora è scaturita dal pianto e dal sovraffollamento: il mondo, divenuto insostenibile a se stesso, l'avrebbe creata. Sarebbe quindi nata dalla disperazione di un dio. Per altri ancora un tempo era Vita ed è diventata Morte solo in seguito, per esperienza.

— E invece?
— Sono nata a Pozzuoli. Vicino al macello.
— E il tuo nome?
— Maria.
— Maria?
— Maria — ripete, con una pazienza appena incrinata. — Amata. Da Dio. Lo stesso dio che, di fronte al proliferare del mondo, per disperazione, mi mise nel mondo. Non hai idea di quanto fosse affollata Pozzuoli, un tempo. Ma tu cosa volevi, un nome esotico? Sono quanto di più banale esista.

Maria si accovaccia meglio sul divano. I piedi sotto le ginocchia, le gambe piegate.

— Passami la bottiglia, ti dispiace?

Lo faccio. Le mani non mi tremano. O forse sì, ma non abbastanza da rovinare la scena.

Ma sono curioso. E la sua voce mi piace. Mi piace molto. Mi rasserena. Voglio sorprenderla. Perciò le faccio una domanda che nessuno, immagino, le abbia mai fatto. E che mi è venuta d’istinto.

— Tu hai mai paura?

Mi guarda. Non offesa. Sorpresa.

— Che domanda è? Tutti abbiamo paura di qualcosa.
— E tu. Di che cosa hai paura?

Ci pensa.

— Di avere troppo tempo — dice.

Aspetto.

— E di non sapere mai che farne.

Beve un sorso. Poi aggiunge:

— Di non essere desiderata se non dai disperati.
— Io non sono disperato.
— Lo so. Tranquillo — e sorride.
— E non ti voglio qui per pietà.
— So bene anche questo — è quasi tenera. — Ma mi desideri?
— Ti trovo molto intrigante.
— Non ho chiesto questo.
— Mi piaci molto. Mi sei piaciuta subito, non appena ho aperto la porta.
— Bugiardo.
— Giuro. Ti aspettavo, ma ti aspettavo diversa.
— Spiega.
— Pensavo saresti stata come la mia prima morte.
— Mi dispiace se ti ho deluso.
— No, anzi. Mi piaci di più.
— Forse perché non sono andata via.
— Sì.

Non c'è civetteria nella sua voce. Nessuna soddisfazione. Solo una specie di innocenza primitiva.

Allunga una mano.

— Posso?

Annuisco.

Mi tocca il polso. Poi la mano. Poi il collo. Ma da come vi indugia un istante in più del necessario, divento tutto un brivido caldo. Mi carezza, mi annusa, quasi ascolta la pelle. Non recita seduzione. Scopre.

Starei così a farmi manipolare per tutta la vita.

— Tu non hai paura di me.
— Io ne ho poca.
— Lo sento.

— Ti prego — le dico sottovoce. — Non smettere.

Ma lei continua e, mentre mi conosce con le mani, comincia a parlare.

Riparte da dove ci eravamo interrotti. Stavolta parla di me. Racconta le mie paure come se fossero le sue. Non le elenca: le abita. Le porta dentro di sé con la familiarità di chi le ha tenute in custodia per anni.

Riconosco ogni cosa.

Riconosco me stesso in lei come non mi sono mai riconosciuto in uno specchio.

Ma la voce ogni tanto cambia tono su una parola sola. Le mani si fermano un mezzo secondo di troppo. E lì c'è qualcosa che lei non sa di mostrare.

— Se una cosa ho imparato quasi subito è che tutti sono pronti biologicamente a morire. Ma solo chi ama la vita può morire davvero, anche più volte, in vari modi. Perché vivere significa rischiare, non prevenire.
— Raccontami.
— La maggior parte degli uomini pensa di amare la vita. Invece la teme. Temendo la vita teme la morte. E temendo la morte costruisce intorno a sé una prigione di precauzioni, abitudini e doveri quotidiani senza alcuna passione.

Tutto calcolato. Tutto prevedibile. Tutto organizzato.

— Un vero mortorio... Scusa, battuta scontata.
— No, tranquillo. Ci sta. — e poi riprende — E così crede di allontanare solo la morte: invece allontana la vita.

Con quegli uomini, dice, è andata svogliata. Come chi va a un appuntamento pensando: non avevo voglia, sono uscita solo perché dovevo.

Avrebbe preferito lasciarli a quell'inferno di routine in cui si erano cacciati.

Così a volte ha rimandato.

— Sai, — mi confida compiaciuta —sono io che ho inventato le attività extrascolastiche, per costringere i padri a stare sempre in auto. Il boss delle cerimonie deve tutto a me. Ma potevo fare anche meglio.

Rido.

E quasi subito smetto, perché capisco che parla anche di me. Un poco.

Poi tace. Le mani ferme.

—  No. Non è ancora tutto. — Le dico — La tua bellezza nasce da un male più profondo. Permetti?

Mi guarda, in silenzio. Un po' brilla, forse.

— Tu pensi di non essere all'altezza.
— Già. Quando non libero gli uomini, ma li incateno alle loro paure.
— Hai paura di non essere all'altezza del tuo compito.
— Può essere. Ma tu come…?
— Lo hai detto prima. Per incapacità, per rancore, per eccesso di freddezza.
— Già, io capisco tutto ciò che uccide. Sono condannata a capirlo. Ma non capisco mai cosa sia giusto fare. Vorrei non dover essere sempre fredda — continua — Vorrei che qualcuno vedesse che non posso risolvere tutto, anche se lo vorrei.
— Perché sei imperfetta — le dico. — Sbagliata. Costituzionalmente incapace di essere felice. E vorresti fare la differenza. 
— E se la morte non fa la differenza…
— …è una tragedia.
— Grazie! — dice.

E così le dò uno schiaffo. A tradimento. Per tutta la bellezza che vedo.
Finalmente piange senza alcun ritegno, e nel farlo si appoggia alla mia spalla.

Io dovrei andare in bagno, ma non mi sposterei di un centimetro neanche se mi minacciassero di... sì insomma avete capito.

Così quando è un po' più serena, non faccio alcuna resistenza alle sue domande.

— E il tuo buco nero?
— Io ho paura di essere visto come un mostro. E però sono innamorato di quel mostro.
— Spiega.

Le racconto allora delle studentesse giovani, alcune bellissime, che per lavoro avevo avuto intorno negli anni. Alcune mi avevano fatto capire in modo esplicito che mi trovavano sexy, che mi avrebbero voluto nel letto. Intorno a me un mondo che mi pensava, spesso con invidia, un seduttore di diciottenni e ventenni. E io niente. Non avevo mai incoraggiato. Non avevo mai approfittato.

— Che male avrei fatto, dopotutto? Erano adulte, lo volevano. Me lo sono chiesto per molti anni. Poi sono diventato troppo vecchio.
— E la risposta l'hai trovata?
— Non lo volevo io. Fesso. Cercavo profondità in tutto. Mi sono chiesto se non avessi rifiutato la vita per restare fedele all'idea di me stesso: intenso, riflessivo. Quando invece ero anche un maschio arrapato come gli altri. Ho capito che il vero mostro ha tanto cervello e nessun corpo. Non mi è riuscito di sedurre neanche l'unica di cui mi ero innamorato davvero. Quella che mi aveva trovato importante, raro, interessante, decisivo, speciale — per cui non c'era stato mai nemmeno un bacio sulla mano. E per cui sono morto.

— Ah, sì, interessante.
— Odio quella parola.
— Lo so! Fattene una ragione. Lo sei. C'è un solo problema: non è questa la tua paura più profonda. Non mi basta. Voglio la verità.

Non rispondo.

— Tu hai paura che si veda che sei come gli altri. E non si veda che lo sei più degli altri.

Resto zitto.

Poi le bacio la mano.

Lei mi carezza.


— Lo sai che sei uno stronzo?
— L'importante è che lo sappia tu. 
— Ma non sei stronzo come gli altri.
— E la cosa ti disturba?
— Aha. Ti prenderei a schiaffi.
— Perché non lo fai?

Lei alza la mano. Si trattiene.

— Perché prima devo baciarti.

— E mmo’?
— E mmo’ famme murì.