Magnatocrazia

Magnatocrazia

Quando la sovranità migra nei data center la democrazia resta fuori.


ABSTRACT: La democrazia contemporanea convive con forme autoritarie perché il potere effettivo migra verso chi controlla infrastrutture strategiche (energia, reti, calcolo, dati). Nasce la “magnatocrazia”: legittimazione popolare senza controllo reale. Il costituzionalismo deve aggiornarsi includendo infrastrutture, ma rischia cattura tecnocratica: la complessità diventa potere politico.

Mi affascina molto la situazione politica attuale, in cui democrazia e autoritarismo si mescolano senza pudore, in cui chi si indigna per i morti di Gaza (giustamente) difende poi (incomprensibilmente) il regime iraniano, o chi difende Putin, quando calpesta il diritto internazionale, condanna Trump quando fa altrettanto.

E cerco di capire. Non so a cosa serva, forse a deprimermi maggiormente. Tra l’altro sono convinto che una verità non condivisa non sia una verità, e per questo cerco almeno qualcuno che qui la condivida. Non ho molti altri canali.
Ma eccomi qui a continuare la ia analisi del nuovo potere e a tentare di capire qualcosa della politica mondiale.

Il problema del costituzionalismo: quando il potere si sposta fuori dal perimetro costituzionale

Parto da una questione che dopo le mie altre riflessioni e indagini non può essere elusa.

Ha ancora senso parlare di costituzionalismo quando le infrastrutture strategiche sono controllate fuori dal perimetro delle istituzioni democratiche? Il costituzionalismo moderno nasce per limitare il potere pubblico: separazione dei poteri, diritti fondamentali, controlli costituzionali. Ma se il potere effettivo si è spostato verso chi controlla energia, reti, calcolo, dati, allora limitare lo Stato diventa insufficiente, forse controproducente. Si vincola ciò che è già subordinato, lasciando libero ciò che comanda davvero.

Dovremmo costituzionalizzare le infrastrutture? L’ipotesi è affascinante quanto problematica. Chi avrebbe la forza di imporlo? Gli Stati nazionali dipendono dalle infrastrutture che dovrebbero regolare. L’Europa può provare attraverso il potere normativo (GDPR, Digital Services Act), ma rischia di produrre regole senza alternative materiali. Un coordinamento globale sembra fuori portata in un mondo che si organizza per blocchi antagonisti.

Mi invento quindi un termine: Magnatocrazia.

Le categorie ereditate — oligarchia, plutocrazia, tecnocrazia — colgono aspetti parziali ma non la specificità del presente. Propongo, al loro posto, Magnatocrazia: il governo di chi controlla infrastrutture strategiche. “Magnate” designava i grandi proprietari industriali dell’Ottocento — Rockefeller, Carnegie, i Krupp — che controllavano petrolio, acciaio, ferrovie. Chi oggi controlla cloud, piattaforme, reti occupa una posizione analoga. Ma con una differenza: le ferrovie erano visibili, territorializzate, regolabili. Le infrastrutture digitali sono opache, transnazionali, difficilmente contestabili.

Precisazione cruciale: magnate non è solo il proprietario privato, ma chiunque controlli infrastrutture strategiche, indipendentemente dalla forma giuridica. Può essere proprietà privata (Big Tech), controllo statale (Gazprom, telecomunicazioni cinesi), forme ibride (oligarchi russi), controllo politico diretto (Xi Jinping sull’infrastruttura digitale cinese, Putin sull’energia russa). Ciò che definisce il magnate è la posizione strutturale: chi controlla accesso, disponibilità e condizioni d’uso delle infrastrutture esercita potere magnatizio.

Le configurazioni globali

Negli Stati Uniti e in Europa occidentale emerge una magnatocrazia liberale: magnati privati, democrazie formali, ma dipendenza statale crescente. Chi dovrebbe essere regolato diventa condizione di possibilità di chi dovrebbe regolare.

In Cina c’è magnatocrazia autoritaria integrata: i magnati esistono (Alibaba, Tencent) ma subordinati al Partito. Jack Ma può scomparire per mesi. ByteDance deve accettare rappresentanti governativi. La concentrazione infrastrutturale c’è, ma politicamente vincolata.

La Russia presenta magnatocrazia coercitiva: gli oligarchi esistono ma completamente subordinati. Putin ha dimostrato ripetutamente di poterli disciplinare o eliminare: Khodorkovsky (petrolio) imprigionato ed espropriato; Berezovsky (media, finanza) costretto all’esilio dove morì in circostanze mai chiarite; Prigožin (Wagner) morto in incidente aereo dopo la ribellione.
Putin non è solo leader politico: è il magnate ultimo.

India, Turchia, Brasile mostrano magnatocrazia nazional-populista emergente: grandi conglomerati (Reliance, Adani) in simbiosi con leader politici, democrazia formale in erosione, nazionalismo identitario come collante.

Democrazia formale e riferimento al popolo

Elemento comune a tutte le configurazioni: il riferimento al popolo come legittimazione senza controllo democratico effettivo. La democrazia non è invocare il popolo: è meccanismo istituzionale per esercitare controllo reale sulle decisioni. Quando elezioni e parlamenti operano su oggetti secondari — perché le decisioni strategiche vengono prese altrove — non abbiamo “democrazia degradata”. Abbiamo un’altra configurazione che usa il riferimento al popolo per legittimarsi.

Questo produce effetti sistemici: legittimazione continua, valvola di sfogo (il conflitto viene canalizzato su immigrazione, identità, “valori”), identificazione di nemici esterni (distogliendo l’attenzione da chi controlla infrastrutture), illusione del controllo democratico.

Qui emerge il limite di due grandi lettori della democrazia del Novecento, due classici: Dahl e Habermas.
Dahl
 aveva identificato il problema della scala e della complessità: negli Stati moderni, troppo grandi per la democrazia diretta, serve la poliarchia, un sistema di contrappesi tra istituzioni diverse (parlamento, magistratura, stampa, associazioni) che si controllano reciprocamente. Ma questo presuppone che il potere operi dentro istituzioni visibili e regolabili. Le infrastrutture digitali non rientrano in questo sistema: sono private, opache, transnazionali.
Habermas aveva identificato la colonizzazione del mondo della vita da parte della logica sistemica: mercato e burocrazia invadono la vita sociale, trasformando relazioni in transazioni e valori in prezzi. La sua soluzione: il diritto democratico può vincolare queste logiche a scopi collettivi, ma solo se esiste una sfera pubblica libera dove si forma l’opinione. Il problema è che oggi quella sfera pubblica è mediata da piattaforme private che ne definiscono i termini: chi parla, chi viene ascoltato, quali argomenti emergono.

La domanda sulla reversibilità

La Gilded Age americana (1870–1900) mostrò concentrazione analoga. La Progressive Era rispose con antitrust, regolazione ferrovie, tassazione progressiva. Ma i magnati ottocenteschi operavano dentro Stati nazionali. I magnati contemporanei sono transnazionali. Gli USA potrebbero regolarli, ma questo darebbe vantaggio ai magnati cinesi. L’Europa può regolare, ma senza controllo infrastrutturale. Serve una Progressive Era transnazionale, ma mancano le condizioni politiche.

Allora dove opera davvero il potere?

Il costituzionalismo classico riconosceva che giustizia, difesa, moneta non potevano essere lasciate al mercato. Oggi quella lista va aggiornata: energia, connettività, calcolo, dati, servizi essenziali sono condizioni di possibilità dell’esistenza collettiva. Richiedono controllo democratico — non necessariamente proprietà pubblica, ma trasparenza, contestabilità, interoperabilità, accesso non discriminatorio.

Ignorarlo significa accettare che la politica diventi gestione dell’impotenza:si recita il copione del potere statale mentre le decisioni effettive vengono prese in consigli di amministrazione, protocolli tecnici, negoziazioni opache.

La sovranità non è scomparsa: si è spostata nei data center, nelle reti, negli algoritmi, nelle clausole contrattuali cloud. La politica può incidere, ma solo ridefinendo radicalmente i suoi oggetti. La scelta non è tra progresso e regolazione — questa è falsa alternativa costruita dai magnati. La scelta è tra un pensiero politico capace di riconoscere che chi controlla infrastrutture esercita potere e deve essere sottoposto a controllo democratico, e un pensiero formale che limita il potere visibile mentre quello effettivo si consolida altrove.

La democrazia o diventa capacità di controllare democraticamente le infrastrutture, o cessa di essere democrazia effettiva e diventa semplicemente la maschera formale della magnatocrazia.

E qui nasce l’obiezione più seria, quella che rischia di rendere tutto questo un esercizio elegante e impotente: è possibile controllare democraticamente le infrastrutture se non si hanno le competenze per comprenderne i meccanismi? La complessità tecnica non è un dettaglio. È già, di per sé, una forma di potere. Ricordo un episodio remoto — 1995, appena laureato — in cui recensii un breve saggio di un giovane collega: osservava come il rapporto moderno con la tecnologia non prevedesse più la consapevolezza dei suoi meccanismi di funzionamento. Chi guida un’auto dovrebbe sapere almeno vagamente cosa sia un motore, una trasmissione, un freno. Ma chi usa una calcolatrice, un televisore, e ancor più un computer, una rete, un servizio cloud, non è tenuto a sapere quasi nulla di come quella tecnologia sia possibile e di come agisca.

Questa asimmetria non è solo culturale: è politica. Se il potere si sposta nelle infrastrutture, e le infrastrutture sono intelligibili solo a una minoranza, allora il controllo democratico rischia di diventare una forma di teatro. Si votano governi che, nella migliore delle ipotesi, amministrano contratti e dipendenze; si discutono leggi che, nella migliore delle ipotesi, regolano superfici. Nel frattempo, la sostanza — standard tecnici, protocolli, architetture, clausole contrattuali, scelte di design — resta fuori dalla deliberazione pubblica, protetta dalla complessità e dal segreto.

È qui che la magnatocrazia mostra il suo complemento naturale: una classe tecnocratica elitaria. Non necessariamente corrotta, non necessariamente cinica. Semplicemente necessaria. Chi controlla le infrastrutture ha bisogno di interpreti: persone in grado di tradurre il mondo in sistemi funzionanti e, soprattutto, di stabilire cosa sia “ragionevole”, “sicuro”, “possibile” e cosa no. Il potere non comanda più soltanto attraverso la legge o la forza, ma attraverso il lessico tecnico del vincolo: non si può, non conviene, non è scalabile, non è compatibile, non è conforme.

E allora la domanda diventa ancora più scomoda: il costituzionalismo può aggiornarsi abbastanza da includere le infrastrutture senza essere catturato dalla tecnocrazia? Può imporre regole non solo sull’uso, ma sulle condizioni di accesso e contestazione? Oppure siamo destinati a una democrazia in cui il popolo sceglie i rappresentanti, i rappresentanti negoziano con i magnati, e i tecnocrati decidono cosa sia possibile negoziare?

Riferimenti essenziali:
Dahl, La democrazia e i suoi critici; Habermas, Fatti e norme; Crouch, Postdemocrazia; Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza; Di Cesare, Tecnofascismo