La felicità è una chimera

La felicità è una chimera
Photo by Hasan Almasi / Unsplash

E gli uomini preferirono il potere

29 gennaio 2026

Di fronte al ritorno della guerra, degli autoritarismi e della violenza normalizzata, il testo sostiene una tesi scomoda: gli uomini non cercano la felicità, ma il potere. La felicità funziona come alibi morale; il potere come vero movente. Guerra, tecnologia, complottismo e polarizzazione politica non sono deviazioni, ma espressioni coerenti di questa struttura.

1. Non è una crisi: è una struttura

Negli ultimi anni — e in modo ancora più evidente in questo gennaio 2026 — mi sono convinto che continuiamo a porci la domanda sbagliata. Ci chiediamo che cosa renda gli uomini felici, come se la felicità fosse il motore principale delle loro scelte. Ma se fosse davvero così, molte delle decisioni individuali e collettive che vediamo ogni giorno sarebbero semplicemente inspiegabili.

Il mondo degli ultimi anni non sembra attraversato da crisi isolate o da emergenze temporanee destinate a rientrare. La guerra in Ucraina continua senza una reale prospettiva di soluzione ed è diventata parte del paesaggio. In Israele e Palestina la distruzione procede con una regolarità a cui fatichiamo ancora ad assuefarci, ma che trova anche chi la sostiene, mentre il dibattito pubblico si riduce a una contrapposizione morale sterile. Siria e Yemen restano sullo sfondo, come guerre destinate a non finire mai e quindi a non contare più. Il Kurdistan vive una guerra permanente, frammentata, priva di riconoscimento politico e quasi assente dal racconto globale. In Iran è in atto una repressione brutale, visibile, documentata, che non è affatto silenziosa: viene semplicemente oscurata, rimossa dal flusso informativo quando smette di essere utile o funzionale alle narrazioni dominanti.

A questo si sommano altri segnali. Negli Stati Uniti il governo crea e difende una milizia armata che terrorizza i cittadini e li uccide. Questo accade in quella che si definisce ancora, a dispetto dell’evidenza, la più grande potenza democratica del mondo.

I fascismi tornano, ma senza più nemmeno la preoccupazione di apparire presentabili. Si torna a celebrare apertamente la propria superiorità e l’inferiorità altrui. La violenza non è più un tabù, ma uno strumento rivendicato. Si minaccia, si insulta, si soverchia senza imbarazzo, in aperto disprezzo del diritto, delle garanzie, dell’idea stessa di giustizia. La forza non viene più mascherata da eccezione: viene esibita come valore.

2. Il movente reale: il potere, non la felicità

Se si osserva tutto questo insieme, una cosa diventa difficile da negare. Se la felicità fosse davvero il movente principale dell’agire umano, molte di queste scelte apparirebbero autodistruttive. E invece non lo sono. Sono dure, violente, talvolta tragiche, ma coerenti. Solo che sono coerenti con un altro fine.

La verità, più scomoda ma più aderente ai fatti, è questa: gli uomini non cercano la felicità. Cercano il potere. E molto spesso chiamano “felicità” ciò che in realtà è solo una forma di potere accettabile, raccontabile, moralmente spendibile.

Il potere non è solo dominio sull’altro. È la possibilità di incidere sul mondo, di non subirlo completamente, di non sentirsi alla mercé di forze incontrollabili. È margine di azione. È la sensazione — reale o illusoria — di contare qualcosa. La felicità, al contrario, viene immaginata come quiete, stabilità, pacificazione. Come una fine della tensione. Ma ciò che muove davvero gli uomini non è la fine della tensione, bensì la possibilità di governarla.

La mente corre alle nozioni basiche di Filosofia. Schopenhauer diceva, e dopo di lui Nietzsche, che era volontà, la volontà di potenza, a dominare il mondo.

3. Autoritarismo, complottismo, tecnologia: illusioni di sovranità

Questo aiuta a capire perché intere popolazioni accettano regimi autoritari in cambio di sicurezza. Non perché amino l’autoritarismo in sé, ma perché questi regimi promettono protezione, vendetta, rimozione degli ostacoli. Promettono di colpire chi ti ha umiliato, di zittire chi ti contraddice, di togliere di mezzo regole, minoranze, mediazioni che vengono vissute come limiti ingiusti. Offrono l’illusione di un potere restituito, anche quando quel potere viene in realtà concentrato altrove.

Aiuta a capire perché il complottismo prospera. In un mondo in cui si ha poco potere reale, l’idea di “sapere come stanno davvero le cose” restituisce identità, superiorità simbolica, appartenenza. Non importa che sia vero: importa non sentirsi più passivi, non sentirsi più ingannati, non sentirsi ultimi.

Aiuta a capire anche il rapporto ambiguo con la tecnologia. Le tecnologie non vengono desiderate perché promettono controllo sugli altri, ma perché vengono percepite come strumenti che si possono dominare. È per questo che gli smartphone vengono vissuti come estensioni naturali di sé: li tocchiamo, li personalizziamo, li spegniamo quando vogliamo. Ci danno l’illusione di essere strumenti sotto il nostro controllo.

Altre tecnologie, invece, generano diffidenza non perché siano più pericolose, ma perché sfuggono alla sensazione di dominio individuale. Dove si ha l’illusione di essere padroni dello strumento, il controllo esercitato attraverso di esso non viene avvertito come tale. Viene normalizzato, interiorizzato, persino difeso. La diffidenza nasce non quando una tecnologia controlla, ma quando appare incontrollabile.

Il caso dei vaccini rende questa dinamica evidente. Il no vax non rifiuta l’assunzione in quanto tale. Spesso assume di tutto: farmaci, integratori, sostanze di ogni tipo, talvolta anche droghe. La differenza non sta nella sostanza, ma nella percezione dell’atto. L’iniezione normata, prescritta, regolata rappresenta una perdita di sovranità simbolica. L’assunzione volontaria, anche quando è rischiosa o irrazionale, resta nella propria sfera di influenza. Offre la confortevole illusione di essere padrone in casa propria. Non conta che cosa entra nel corpo, ma chi decide che cosa entra.

4. Perché il mondo deraglia (e non può fare altro)

Questa stessa logica aiuta a capire perché la guerra torna ad apparire desiderabile. La guerra non ritorna perché gli uomini impazziscono, ma perché in certe condizioni funziona. Quando i sistemi sono saturi, le gerarchie bloccate, il futuro percepito come già occupato, la pace smette di sembrare libertà e inizia a sembrare una gabbia.

La guerra riapre il possibile. Lo fa distruggendo. La distruzione spezza ordini consolidati, rende mobili le gerarchie, rimette in gioco rapporti di forza. Introduce un criterio brutale ma chiaro: chi può distruggere.

In questo senso il potere non è solo potere di costruire. È anche, e forse prima di tutto, potere di distruggere.

C’è infine un ultimo passaggio, meno visibile ma decisivo. Di fronte allo scempio in atto nel mondo, chi non è direttamente coinvolto spesso ingaggia un’altra battaglia. Una battaglia simbolica, partigiana, che non ammette dialogo né mediazione. O con noi o contro di noi. O dalla parte giusta o traditore. Il dubbio diventa sospetto, la complessità complicità.

Anche questa è una forma di potere. Potere simbolico, identitario, morale. Un modo per sentirsi parte di un fronte quando non si ha alcuna incidenza reale sugli eventi. Una guerra senza rischio fisico, ma non senza violenza. Una guerra che prepara culturalmente le guerre vere, perché abitua a pensare il mondo come un campo di nemici.

Forse il punto non è chiedersi come rendere gli uomini felici.

Forse la domanda più onesta è un’altra: quanto potere siamo disposti a perdere prima di accettare di essere infelici, e quanta infelicità siamo disposti a produrre pur di non rinunciare al potere.

Perché la felicità, se esiste, è fragile.
Il potere meno.