Ipse Diceret

Ipse Diceret

Ho un problema a comprendere coloro che fanno prendere posizione ai morti illustri.

Ad esempio è innegabile che Pasolini fosse di sinistra, ma è anche innegabile che fosse un eretico di sinistra. Ricordate Valle Giulia? Nel 1968 scrisse che simpatizzava coi poliziotti perché "figli di poveri", contro gli studenti "figli di papà". Nel 1975, sul Corriere della Sera , scrisse "Sono contro l'aborto", per cui Calvino lo attaccò pubblicamente. Parole che oggi sarebbero catalogate in modo superficiale, sbrigativo e manicheo a destra.

La questione israelo-palestinese non fa eccezione: nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni, si scagliò (Nuovi Argomenti) contro il PCI, che sulle pagine dell'Unità si era schierato con il mondo arabo, e gli rivolse parole durissime: «leggendo l'Unità ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese». Chiamò "stupidità" il sionismo e "irresponsabilità" il nazionalismo arabo, e "politica folle" quella di Nasser. Aveva detto che "Israele è uno Stato nato male" — ma aveva aggiunto che questo lo accomuna a ogni altro Stato. Per questo trovo presuntuoso attribuirgli giudizi categorici — sempre in supporto ai propri — su vicende della più recente attualità.Ma io non ho avuto timore a criticare Pasolini sulle sue idee della modernità e della superiorità della cultura contadina — la stessa visione arcadica che nel 1963, durante i sopralluoghi in Palestina, lo portava a vedere negli arabi (che non chiamò mai "palestinesi") una premodernità preziosa, e nei kibbutz un'architettura "concentrazionaria". E se oggi fosse davvero a favore di Hamas non mi sentirei tradito. Ma potrebbe anche essere inorridito dal terrorismo fanatico e attento ad usare con parsimonia la parola genocidio.

Il fatto è che non lo so. Io posso solo cercare una coerenza tra le idee che egli ha espresso su fatti a lui noti e quelle che si presume possa dire su fatti a lui ignoti. Ma quella coerenza sarebbe solo una mia proiezione. Nel caso specifico di Pasolini, che aveva fatto della contraddizione il proprio metodo critico, una proiezione doppiamente arbitraria. Siamo oltre i limiti dell'interpretazione. Qui si tratta di uso, se non di abuso: piegare un autore alle proprie asserzioni e non confrontarsi con lui rendendo esplicita l'ipotesi interpretativa.

Questo vale per molti altri morti illustri, e non solo per Pasolini. A destra e a sinistra si cercano autorità da citare. Eliminandone le crepe, le complessità, le contraddizioni apparenti o sostanziali.

Vale per Don Milani, che divideva il mondo in oppressi e oppressori con la stessa certezza categorica che usava per condannare il nazionalismo, e che il PCI — suo naturale alleato — non seguì sull'obiezione di coscienza perché «ideologicamente lontano dal pacifismo nonviolento».

Per Camus, che si rifiutò di sostenere l'indipendenza algerina e disse che avrebbe difeso sua madre prima della giustizia, diventando insopportabile tanto alla sinistra quanto alla destra.

Per Marx, che scrisse che il colonialismo britannico in India, pur nella sua violenza, era storicamente progressivo perché dissolveva «l'idiozia della vita rurale».

Per Tolkien, che proibì esplicitamente qualsiasi lettura allegorica delle sue opere, il che vuol dire che chiunque lo usi politicamente viola anzitutto le sue istruzioni.

Per la Fallaci, che la destra celebra come profetessa dell'identità occidentale dimenticando che era femminista radicale, laica, anticlericale mentre le sue posizioni sui diritti civili sarebbero oggi indigeribili per gran parte di chi la invoca. La stessa Falacci che la Sinistra ha classificato come traditrice - arrivando anche all'insulto personale - e dimenticandone il passato partigiano e le lotte per i diritti come il divorzio, l'aborto e la libertà sessuale della donna.

Ma spesso prendiamo da ciò che hanno detto e scritto quanto ci serve a giustificare la nostra lettura del mondo, invece di dire che siamo noi a utilizzare le loro idee per arrivare alle nostre conclusioni.

Nessuno di loro ha visto quello che noi abbiamo visto. E noi non abbiamo vissuto quello che hanno vissuto loro. Proiettare il giudizio di un defunto su un evento a lui postumo è un atto di presunzione suprema. Significa dare per scontato che egli pensi in maniera non libera ma deterministica, e che sia riducibile ad una funzione matematica fissa: dato il parametro X (evento attuale), l'autore Y produrrebbe sicuramente il risultato Z. Ma l'intelligenza non è un algoritmo, con buona pace dei creatori delle IA. È un incontro vivo e incerto con la realtà. Ogni attualizzazione forzata nega loro il diritto che rivendichiamo per noi stessi: quello di leggere i fatti prima di giudicarli.