Erotici furori ed Astinenze briose
Erotici furori ed Astinenze briose
“Ci sono donne che passano leggere come angeli,
e poi restano — come ferite lievi
che non guariscono mai.”
Marguerite Duras
La festa
Ci sono oceani e ci sono pozzanghere. Nei primi si rischia il naufragio; nelle seconde si scivola, ci si sporca, e non si va mai a fondo.
Oggi, qui davanti al mare, sarebbe un giorno come gli altri, solo che io lo sento diverso. Quattro anni esatti. Mille-quattrocento-sessanta giorni dalla mia ultima volta.
L’ultima volta è stata con Lucy. E la amavo, tanto. Otto anni insieme. Otto anni belli, pieni di viaggi, riti, coccole e pazzie. Una storia seria, vera, imperfetta ma nostra.
Ma anche allora, anche in quel momento, sapevo che qualcosa era finito. Lei non mi amava più. Lo sapevo.
Perché non era disposta a cambiare una sola virgola della sua vita da single per me.
E non lo dico con rabbia, né con rimpianto. È solo la verità: a volte l’amore finisce da una parte sola, e tu resti lì, affezionato anche alle briciole.
Da allora, niente.
E dico “niente” non come modo di dire, ma come diagnosi: una stasi perfetta, come certe acque immobili che paiono tranquille solo perché sotto non c’è più vita. Nessuna mano che mi cerca, nessuna pelle che mi riconosce.
Un silenzio tattile. Un deserto sensoriale.
Festeggio ogni anno, da quando sono arrivato al secondo anniversario.
Perché, nonostante tutto, c’è anche da brindare.
Festeggio i pericoli schivati. Le donne di cui ho rischiato di innamorarmi, e le delusioni che sarebbero arrivate subito, ma sempre troppo tardi.
Festeggio anche le donne che ho amato — o che avrei potuto e voluto amare — ma che non hanno voluto loro.
Festeggio il fatto di essermi salvato, a modo mio.
Il corpo si ricorda, la mente si abitua, l’anima resiste.
E poi c’è una certa dignità, una certa grazia, anche nell’astinenza.
Come in quei monaci che si levano all’alba e accendono incenso davanti a un dio che non risponde mai.
E comunque ogni astinenza è relativa. C’è chi si astiene dal vino, chi dalle bugie, chi dalle emozioni. Per scelta, spesso. Io non l’ho proprio scelto. Sono stato messo in aspettativa. Dal desiderio, dalla possibilità, dal caos. Una pausa lunga, lunghissima. Con qualche tentazione, sì. Ma niente di concreto.
Nel mondo di oggi, è quasi monachesimo.
E così oggi mi tratto bene. Due bombe alla crema, calde, unte, come certi ricordi, e un balcone vista mare. Perché sì, io mi rispetto. Anche se non scopo, non vuol dire che non meriti dolcezza.
Mi siedo. Guardo il mare. Respiro. Mi sento calmo, espanso. Scarto lentamente la carta oleata. Morsico. Brucia. Sorrido. È il compleanno della mia astinenza, e va celebrata. Sia pure in forma molto privata.
Livello C2
In questi quattro anni non mi sono isolato. Non mi sono chiuso a chiave in casa, né ho iniziato a collezionare funghi sul balcone o modellini di navi in bottiglia. Ho vissuto. Mi sono guardato intorno. Ma ho smesso di inseguire.
Non perché abbia rinunciato, ma perché ho imparato.
L’astinenza, se proprio vogliamo chiamarla così, non è stata una punizione né un errore. È stata la naturale conseguenza di tre cose.
La prima è che sono diventato molto selettivo. Non per superbia, per immodestia, semmai. E per lucidità. Col tempo ho sviluppato una capacità che i miei amici — con un misto di rispetto e fastidio — chiamano “traduzione simultanea del femminile”.
So leggere il corpo: quando una donna chiede qualcosa senza chiederlo, quando un abbraccio è un pretesto e quando è un saluto, quando dietro una frase generica c’è paura e sotto un sorriso sicuro c’è esitazione. E soprattutto so che un sorriso, quasi mai, è un invito. Molti uomini, se una donna li guarda e accenna un sorriso, pensano subito: “Forse le piaccio.” Io no. Un sorriso è spesso solo un sorriso, o una cortesia: una tenda dietro cui può esserci qualunque cosa. Con gli anni ho imparato a non scambiare un riflesso per una promessa. Capisco quando l’indifferenza è una maschera, ma capisco anche quando è autentica, e non c’è niente di più elegante che rispettarla.
Io rifiuto la sussurrata cortesia femminile — quel modo di trovare tutto molto interessante senza che il corpo si muova di un millimetro, osservando senza partecipare — e preferisco la mia franchezza. E le donne che non giocano in difesa. Se mi sbaglio, pazienza.
Io esco solo con donne molto interessanti. Una volta l'anno. Forse meno. Sono quelle da cui potrei anche innamorarmi. Le scopro in uno sguardo. Perciò la loro premura di ‘non ferirmi’ — pietà travestita da delicatezza, quasi sempre — mi lascia freddo. Ferito ci resto comunque, e lo so dall’inizio. Ma dover tradurre quella frase nella sua verità, ‘non mi piaci abbastanza’, mi suona offensivo. Ricordo solo Alessandra: me lo disse chiaro, senza ferire. Più di quindici anni fa.
Allora mi chiudo in casa tre giorni. E mi dico che forse è colpa mia. Perché mi si legge in faccia che le considero speciali. Con questa mania dell’intensità — che traspare dai gesti prima ancora che dalle parole — sono pesante. È il mio piombo e il mio oro: alle donne non frega niente del primo, del secondo spesso hanno paura. Non sono un pirata. Non sono un signore. Ho cervello, forse stile. Ma non ho spalle larghe.
Così mi è capitato di uscire con donne che mi trovavano interessante ma rimandavano ogni appuntamento, si sedevano di traverso, evitavano lo sguardo quando mi avvicinavo; si definivano “lente a decidere”. A volte ho portato a termine la serata per educazione; altre volte, se mi piacevano proprio molto, ho dichiarato apertamente il mio interesse. E se per questo si chiudevano di più, almeno uscivamo dal limbo.
Ho imparato anche un’altra cosa: alcune donne non riescono ad accettare che un uomo possa davvero non pensare a nulla. Ti guardano, in silenzio, e poi chiedono: “A che stai pensando?” E tu, sinceramente, stavi pensando a niente. Magari al rumore dell’acqua nel lavandino. O a come si chiamava quel personaggio secondario di un film di vent’anni fa. Ma dirlo suona come un’assenza. E allora, per gentilezza — non per menzogna — tiri fuori un ricordo comune, un piccolo momento condiviso, qualcosa che suoni come: “Pensavo a noi.” Non è vero, ma non è neppure falso: è vero abbastanza da non ferire. Non è manipolazione. È educazione sentimentale.
La seconda ragione è che dopo una certa età — e dopo il COVID — le occasioni di incontro si sono rarefatte.
E non parlo di occasioni “per rimorchiare”, parlo proprio di presenza reale degli altri. Di situazioni in cui sia possibile, con naturalezza, conoscere qualcuno che non sia già incasellato, sistemato, abituato alla propria autonomia.
Anche al lavoro, dove si trascorrono ore, tutto è diventato veloce, meccanico, funzionale. Ci si vede, ci si parla, e si scappa. Il caffè è ormai un atto solitario, il pranzo un’evasione logistica.
Una volta, con una collega con cui avevo parlato molto piacevolmente, ci siamo detti: “Dai, domani pranziamo insieme.”
Mai accaduto. Non per malizia. Solo perché la vita corre. E corre male.
La terza ragione è anagrafica, ma solo in parte.
Le persone intriganti sono rare. E tra queste, le donne della mia età — poiché possono scegliere — hanno già accanto qualcuno: non per caso, ma per volontà, per selezione, per percorso. E se non ce l’hanno, è perché hanno deciso che va bene così.
Quelle più giovani, invece, sono davvero troppo più giovani. Non solo in termini di data di nascita: anche nel passo, nel tono, nel modo di abitare il presente.
Le trentenni che ho conosciuto spesso trasudavano una tristezza esistenziale. Non quella del cuore spezzato; una malinconia del futuro come se il mondo le avesse destinate a traguardi impossibili: madri, compagne, lavoratrici, figlie, donne. Condannate ad essere sempre in ritardo. Le più precarie in un mondo di precari. Alcune brillano, ma è un brillare stanco: vivono ogni gesto come una prova, ogni parola come una delusione annunciata. E io, per quanto ironico e presente, non sono nato per fare il personal trainer dei sentimenti.
C’è una vecchia battuta di Maurizio Milani che dice: “La donna, quando non capisce… si innamora.”
Fulminante, sì. Maschilista, certo. Ma in fondo — lo ammetto — vale anche per me. Quando percepisco un mistero, qualcosa che sfugge e promette, quando intuisco la possibilità di essere condotto in un luogo che non conosco, mi innamoro.
Non solo di un volto, o di un corpo. Anche di quelli, ovviamente. Ma non senza quel varco. Quella soglia. Come lo squarcio in una tela di Fontana: una fessura, e insieme una ferita. Erotica. Non si offre, ma chiama. Invita. Resta. E ti guarda dal buio.
Una donna può essere bellissima, colta, brillante.
Ma ciò che la rende davvero irresistibile è quel dettaglio inspiegabile che ti resta appiccicato addosso anche dopo che se n’è andata.
Una voce con una nota incrinata. Un modo di toccarsi i capelli, come per allontanare un pensiero. Una risata che inciampa nel proprio slancio.
È lì che nasce il desiderio. Non nel compimento, ma nell’ombra che resta. In una soglia lasciata socchiusa. Se non mi viene fatto alcun invito, passo.
E così, senza rabbia e senza dogmi, mi sono trovato in una tregua silenziosa, in un’astinenza vissuta non come castigo ma come clima.
Ogni tanto sogno ancora. Mi succede di pensare a un incontro, a una storia, a una carezza improvvisa. Ma poi passa.
Perché, ormai, so che la maggior parte delle cose più belle non si cercano: accadono. E spesso accadono quando smetti di aspettarle.
Non era Sally
Ma questo non significa che abbia smesso di desiderarle. Lasciate che vi racconti una storia.
Capita che qualcuno ti guardi nel momento esatto in cui sei più esposto, anche se non lo sai. Un secondo prima ti eri promesso calma, ironia, equilibrio. Un secondo dopo ci sei dentro, senza rete. E fa male.
Ci siamo conosciuti a una presentazione. Un libro inascoltabile, pieno di metafore che si scollavano appena toccavano il suolo. L’autore parlava con voce grave, citava parole greche e concetti liquidi. Lei sedeva accanto a me. Quando sentì “felicità come geografia dell’anima”, sollevò gli occhi al cielo.
La guardai. Lei accennò un sorriso.
Complicità? O solo fastidio ben educato?
All’uscita parlammo. Di film, di registi, di quella nostalgia selettiva che si ha a quarant’anni. Criticò Harry ti presento Sally. Io incassai in silenzio. Trovammo un terreno comune su Groundhog Day, che lei definì “la sola metafora onesta sull’amore”. Pensai che ci si poteva provare.
Mi piacque anche per come prese l’iniziativa, con quella sicurezza disinvolta che non ammette repliche:
“Beviamoci qualcosa. Vieni.”
Attraverso un dedalo contorto di stradine mi guidò in un locale etnico, una via di mezzo tra un bar zen e un’erboristeria new age.
L’odore di incenso saturava l’aria, e anche i pensieri.
Mi sedetti su un cuscino basso, tra pareti piene di mandala e tavolini decorati con frasi motivazionali scritte a mano.
Lei ordinò una tisana alle radici “che liberano l’energia sottile”. Io un caffè nero, con l’istinto da sopravvissuto. E subito dopo mi sentii l’uomo più fuori posto al mondo. Non mi guardai intorno, ma sentii gli occhi di tutta l’India puntati su di me.
Poi partì con la storia della sua vita. Dettagliatissima. A tratti anche ben raccontata. Ma era come se mi vedesse come un confessionale — anzi, un blog — dove depositare le sue versioni dei fatti. Il padre distante ma “raffinato”. La madre “opprimente ma presente”. L’ultimo ex: un narcisista, ma anche un alfa stanco, “che ho lasciato per salvarmi”.
Io annuivo, tra un’apnea e l’altra. A metà strada tra l’ascolto e la contemplazione. Stavo decidendo se sedurla o salutarla. Era molto bella, dopotutto. Una bellezza parlante. Anche troppo.
D’improvviso, senza soluzione di continuità, mi chiese:
“Che rapporto hai con la tua rabbia?”
Risposi: “Civile. Non ci frequentiamo, perché lei mi teme, ma ci rispettiamo.”
Risata di prammatica. Nessuna scintilla.
Ormai attori di una pessima sceneggiatura, finimmo a parlare di astrologia.
La mia Luna in Capricorno mi avrebbe reso, a suo dire, “un entusiasta che si vergogna”. Lei, Pesci ascendente Cancro: “un pasticcio bellissimo”.
Rimasi in silenzio. A volte, il silenzio è la forma più elegante di fuga.
Alla fine mi invitò a salire.
“Solo meditazione, eh? Due cuscini, niente aspettative.”
Declinai con gentilezza. Non ero superiore, né stanco. Solo lucido.
Mi salutò con un abbraccio trattenuto. Deluso. Quasi risentito.
“Sei un’anima antica.” Una sentenza.
Ero già diventato repertorio per un’altra tisana.
Lei non era Sally, io non ero Harry. Eravamo solo due comparse in una scena scartata da un film bollywoodiano.
Forse sbaglio sempre nello stesso modo. I miei ormoni amano sognare.
E di un piccolo pretesto fanno sempre un inizio promettente.
Desideri non disponili
A volte mi chiedo se non ho più voglia. Se qualcosa in me si è arreso in silenzio.
Ma non è così. Il desiderio c’è. È solo diventato più schietto. Ma non ho più voglia di attraversare deserti per una goccia d’acqua.
Non è la relazione in sé a stancarmi. Non sono le conversazioni lunghe, le confidenze, il conoscersi piano piano.
E soprattutto — sia chiaro — mi piace flirtare. Mi piace da matti.
Mi piace quel momento sospeso in cui tutto è possibile, tutto è alluso, nulla è ancora detto.
Quando una donna ti guarda di sbieco e poi ride. Quando l’ironia crea uno spazio protetto. Quando una frase vale più per come la dici — e per la postura che l’accompagna — che per ciò che dice.
Il flirt è l’unica arte rimasta in un mondo dove tutto è già catalogato, dichiarato, codificato. E che si può giocare solo in due.
Mi piace quel gioco elegante dove si può essere seduttori senza dover subito giustificare niente.
Quello che mi pesa è il resto.
Uscire di casa e non incontrare nessuno che non conosca già.
Ritrovarmi sempre negli stessi giri, con la sensazione che la novità sia qualcosa di superato.
O, peggio, inciampare in situazioni dove il desiderio viene tenuto sotto osservazione, analizzato, rallentato, trattenuto.
Per settimane. Per mesi.
Per paura. Per controllo. Per abitudine alla diffidenza.
Capita che incontri una donna interessante. Ti ci trovi bene. Ridi. Ti avvicini.
E allora comincia il solito copione. Dubbi, precauzioni, freni a mano tirati.
“Non so se sono pronta.”
“Mi piaci, ma ho paura di ripetere certi schemi.”
Finisci per diventare il banco di prova di qualcosa che non ti riguarda.
Non puoi flirtare: devi interpretare.
Non puoi desiderare: devi dimostrare.
A quel punto, ogni tanto, provo a cambiare le regole. Faccio il guastafeste. Dico qualcosa fuori copione, anticipo un gesto, accelero dove ci si aspetta prudenza. Oppure metto gentilmente le carte in tavola, senza aspettare il solito ping-pong emotivo. Non è una tattica. È solo rispetto per me stesso. Un modo per dire: se non c’è spazio per un po’ di gioco, allora non fa per me. Anche il desiderio ha bisogno d’aria. Le trattative lo soffocano.
Ma se capisco che sto solo sostenendo un provino emotivo per ottenere un lasciapassare, allora saluto.
Con gentilezza. Con ironia. Ma saluto.
Il desiderio ama il mistero, non il labirinto.
Vuole complicità, non diffidenza.
Vuole immediatezza, non modulistica.
Ha bisogno di corpi
A rischio di essere scontato, confesso che il sesso mi manca. E anche l’amore. Mi mancano molto.
Mi manca addormentarmi con un corpo accanto.
Mi manca il brivido, la fame, la sorpresa. L’orgasmo che non ne può più.
Mi manca qualcuna con cui guardare film brutti e criticarli.
La leggerezza stanca dopo l’amore, quando tutto è giusto anche se piove.
Ma non li voglio a tutti i costi. Li voglio di un certo livello.
Voglio una donna con cui ridere, parlare di desiderio senza vergogna, fare l’amore senza analisi. Vi giuro: nessun problema a sentirmi in prestito. Mai in prova.
Qualcuna che abbia il coraggio di esistere. E di essere desiderata.
Moby Dick e altri naufragi
E poi ci sono momenti che sembrano usciti da un romanzo. Dove tutto pare allinearsi — almeno per un frammento — come in un sogno a metà tra il destino e l’illusione. Uno di questi accadde un pomeriggio di marzo. L’aria sembrava ferma e tutto aveva quel tipo di luce che fa sembrare le vetrine più vuote e i passi più lenti.
Avevo appena fatto il tagliando alla moto e mi sentivo in credito con l’universo.
Giravo tra gli scaffali con due libri in mano: L’amore ai tempi del colera e Moby Dick.
Volevo rileggerli quasi insieme, in due nuove traduzioni.
Uno parla dell’attesa come forma d’amore. L’altro dell’ossessione come forma di fede.
Entrambi parlano del divino, anche se non lo dicono apertamente.
Due modi diversi di stare davanti al mistero: quello che aspetti e quello che insegui.
Tra i tavoli delle novità, c’era lei.
Pantaloni morbidi, capelli mossi, occhiali da sole appoggiati sul capo come una dichiarazione di indipendenza. Teneva in mano Il maestro e Margherita, e sorrideva leggendo la quarta di copertina. Un sorriso vero. Uno di quelli che non si mettono in scena.
Mi avvicinai con discrezione, e lei, senza nemmeno guardarmi, disse:
“Ogni volta che lo rileggo, spero che Margherita non lo segua.”
Risposi: “Dovrebbe andare come nella scena finale del Dottor Živago, dunque?”
Lei rise. Mi guardò.
“Che hai in mano?”
“L’amore al tempo del colera e Moby Dick.”
“Ah,” disse. “Romanticismo e abisso.”
“Fede e mistero,” risposi.
Fece una pausa. Poi aggiunse:
“E la follia.”
Ci scambiammo i numeri di telefono.
Ci sentimmo per qualche giorno in chat. Le conversazioni erano leggere, intelligenti, mai noiose.
Una sera mi scrisse:
“Ti va un gelato domani?”
“Solo se ti piace molto, come a me”
“Sì,” rispose. “Ma sono gelosa dei miei gusti preferiti.”
Mi piacque quella frase.
Arrivò con quindici minuti di ritardo, ma si fece perdonare con un sorriso e un:“Scusami, volevo mettermi in tiro oggi.”
Indossava un cappottino bianco che le sottolineava i fianchi e le cui code svolazzavano appena quando camminava, su di un paio di stivaletti rossi che trovai elegantissimi. E aveva un profumo delizioso. Non invadente, ma riconoscibile. Di quelli che restano addosso un attimo dopo che la persona se n’è andata, e lasciano intuire la presenza di un’anima.
Parlammo, ridemmo. Il secondo incontro fu altrettanto piacevole.
Ci accordammo per andare al cinema qualche giorno dopo.
Fu un disastro.
Durante la proiezione parlava a monosillabi. Non un sorriso. Evitava il bracciolo comune come se bruciasse. Ogni parola attraversava un campo minato, ogni commento aveva un tono spigoloso. Dopo tre ore così desideravo solo accompagnarla a casa e chiudere quella serata come si chiude un libro sbagliato.
Quando arrivammo davanti al portone, volle fermarsi a parlare. E io non ne avevo alcuna voglia.
Per un’ora, al freddo, mi raccontò della sua famiglia, dei lavori assurdi che aveva fatto senza convinzione solo per soldi, e di una disfunzione alla tiroide che la costringeva a cure continue.
Non che fosse sbagliata. Non che fosse colpa sua.
Ma non c’era spazio per me. Nemmeno un angolo. Era troppo impegnata a tenersi insieme.
Ci salutammo freddamente. Due giorni dopo le scrissi un messaggio breve, educato.
Non rispose mai.
Quando era in tiro, però, era davvero sexy.
Elena (l’impossibilità del sublime)
Ci sono momenti in cui ti sembra che tutto sia stato detto. Incontri, prove, errori, appuntamenti da dimenticare. Ti senti ormai dotato di una mappa: sai riconoscere i segnali, prevedere le curve, evitare i burroni. Ma poi, quando meno te l’aspetti, arriva qualcuno che non è segnato sulla mappa. E tu, invece di sentirti perso, ti senti… sveglio.
Quando incontro una donna speciale — e per speciale intendo rara, autentica, di quelle che ti spostano qualcosa dentro — me ne accorgo subito. Non tanto dalla bellezza, che pure c’è. Ma dal modo in cui si muove nello spazio, come se il mondo fosse un palcoscenico ma lei non stesse mai recitando. Dal modo in cui gli occhi si posano sulle cose: non per dominarle, ma per comprenderle. E mentre osservano, restano lucidi, vivi, giudicanti senza mai essere arroganti.
Sono donne piene di sfumature. Complesse, ma non complicate. Le complicate — lo dico con tutta la stanchezza del mio curriculum — sono un guazzabuglio di luoghi comuni in lotta tra loro. Le speciali no. Le speciali hanno stile. Quello vero. Quello che non si compra. Quando entrano in una stanza, il mondo intorno a loro cambia temperatura. Non si nota subito, ma si sente.
Credo che sia questo che Dante aveva visto in Beatrice. Non la santità, non l’astrazione. Ma quella qualità misteriosa per cui la sola presenza di qualcuno rende il mondo più vero.
Elena era così.
La incontrai al lavoro e subito non potei credere di avere avuto una tale fortuna sfacciata. Lavoravamo in un postaccio ed Elena era la luce della grazia che lo trasfigurava. Era vestita sempre in modo elegante, ma mai arrogante, armonico con un piccolo particolare che, come un acuto, la faceva brillare maggiormente: a volte un foulard, o un paio di scarpe dalla foggia più ricercata, una spilla, un taglio di capelli perfetto. Si infervorava quando parlava, perché parlava solo di ciò che le stava a cuore. Era impossibile non notarla. Dopo cinque minuti con lei avevo sentito più cose vere e appassionate che in tutto l’ultimo mese. Vide che usavo la stilografica e osservò:
“Le parole meritano di essere scritte con rispetto.”
Passammo altri venti minuti a parlare dei motivi del nostro lavoro, delle scelte fatte nella vita, dei compromessi che non avevamo mai voluto fare, e anche di García Márquez, Pasolini, Borges, fino a che io osservai che lavoravamo in un posto molto simile a “Shitter Island”.
Un refuso voluto, il cui apprezzamento fu segnato da una luminosa risata e da alcune osservazioni brillanti sul film e sul mio paragone, che mi rivelarono tutto il suo acume.
Elena era così: partiva da un dettaglio e arrivava alla geografia dell’anima.
Bellissima, sì. Ma non nel modo ovvio. Dopotutto in certi casi nomen omen. Era elegante, piena di grazia e riservatezza. Potevi dirle tutto, ma sapevi che non avresti potuto dirle nulla che non fosse vero. Aveva quello che oggi si è perso quasi ovunque: stile.
Ci scambiammo i contatti. Ci sentimmo spesso. Condividevamo link, articoli, libri. Ridevamo delle mode, dei titoli di giornale, delle parole abusate.
Mi innamorai? No. Ma quasi.
E fu un “quasi” che durò mesi, nonostante dopo solo una settimana non ebbi più modo di incontrarla se non sporadicamente. Le avevano assegnato un’altra sede. Le mandai altri messaggi, a cui rise di gusto. Provai a invitarla a prendere un caffè. Per tre volte, ma ogni volta aveva altro da fare di corsa, e rimandava alla “prossima volta”. Le feci anche dei complimenti pubblici, sinceri, sentiti, che ascoltò senza nessuna emozione. Non con freddezza, ma con quella neutralità gentile che si apprende forse in analisi, o semplicemente se si è abituati alla lode, ma non alla vanità.
Pensai che tre tentativi andati a vuoto erano più che leciti, e che il quarto — senza alcun cenno di invito da parte sua — sarebbe stato inopportuno.
Non ci fu mai nulla. Nessun gesto ambiguo, nessun passo sbagliato, nessun flirt nemmeno accennato. Ma io, negli anni successivi, ho pensato spesso a lei. Con un sorriso e una lacrimuccia. Come si pensa a una cosa bella che ti è sfuggita non per caso, ma per natura.
Forse è questo il senso di certi incontri: ricordarti che il sublime esiste, anche se non si lascia toccare.
Davanti al mare
C'è stato un tempo in cui pensavo che ogni incontro fosse una possibilità. Poi è arrivato il tempo in cui ogni incontro è diventato una conferma. Di cosa? Della mia stanchezza, forse. O della mia crescente capacità di riconoscere, fin dai primi dieci minuti, se qualcosa non mi avrebbe lasciato niente.
E così ho attraversato gli anni come si attraversa un mercatino dell’usato: curiosando, sorridendo, ma senza mai davvero comprare nulla. Con molte donne non c'è neanche stato un primo appuntamento: bastavano le chat, o una stretta di mano. Altre, invece, si sono fermate proprio lì, al primo incontro.
C'è stata la donna dei tarocchi, che interpretava il mio silenzio come una carta capovolta. La collezionista di ex, che parlava solo dei precedenti come se fossero cicatrici da mostrare con orgoglio. Quella che voleva “solo amicizia”, ma desiderava essere corteggiata senza impegno per affrontare le sue insicurezze. C'è stata la paladina dell’inclusività, ma con un cuore esclusivo. La poetessa di Instagram. L’amante dell’autenticità. La sognatrice pragmatica. Una massa indefinita di fan di Galimberti e della New Age.
Ho curiosato per un mese su Tinder, dove se non erano russe e cinesi pronte a sposarmi dopo cinque minuti, si può leggere il più vasto repertorio di insulti al genere maschile esistente, rigorosamente al condizionale: se sei così, così, e così… piuttosto le dò fuoco.
Avrebbe potuto esserci, con un forse gigantesco, Sara.
Non c’era stata nessuna storia tra noi. Nemmeno un tentativo. Ma qualcosa mi era rimasto impresso. Era elegante, con uno sguardo da cui traspariva contemporaneamente una grande vitalità e un velo di dolore, come se i suoi occhi custodissero sempre un sorriso smorzato, consapevole della durata effimera della gioia.
Non ebbi mai occasione di parlarle davvero. In parte perché quella tristezza mai pienamente inespressa mi spaventava, in parte perché in quel postaccio — lo stesso in cui avevo incontrato Elena — i rapporti umani si basavano solo su una cosa: la complicità diffidente.
Ogni tanto mi chiedo se avrei dovuto essere più audace. Ma la vita, come spesso accade, mi rubava ad altre considerazioni. Non ho avuto occasione di verificare quale di quelle due sensazioni contrastanti prevalesse in lei. Càpita.
E per il resto, non che non ci sia stato nulla di buono. Alcuni incontri sono stati teneri, altri divertenti. Alcuni persino utili. Ma nessuno ha lasciato traccia. Nessuno ha spostato davvero qualcosa dentro. Non solo emotivamente, anche eroticamente.
E adesso sono qui. È di nuovo luglio. Quattro anni a luglio, sembra la parodia di un film. Come sempre lo festeggio sul mio balcone. Affaccia sul mare. Una vista ampia, aperta, limpida. Il vento salato mi accarezza il volto e ogni tanto mi fa chiudere gli occhi.
Diffido di chi non giudica. Il mare lo fa. Ma nel farlo, resta
Oscilla, sospira, esiste. È lì anche quando non lo guardi. Forse è questo che cerco: qualcuna che sia come il mare.
Profondo, vastissimo. Inquieto e inebriante. Sempre lì, uguale e diverso. Qualcuna che mi giudichi — sì — e che a volte mi condanni, ma solo per potermi dare la grazia.
Che mi scavi dentro, mi legga, mi chieda di essere di più. Qualcuna per cui io possa, voglia essere di più.
Penso a Elena. A Lucy. A quelle che sono rimaste sul confine. A quelle che hanno lasciato impronte leggere, eppure persistenti. A quelle che non ho capito, e a quelle che non mi hanno voluto capire. A quelle che hanno sorriso, e basta.
E inevitabilmente torno a sentire il corpo. E penso a me. Non al me educato. Non solo. Ma al me passionale, carnale, affamato. Il desiderio non è una parentesi da tenere chiusa per decenza. Il desiderio è un pugnale nel petto, come canta Springsteen. Io sono rispettoso, certo. Ma non voglio essere educato. Non credo alla passione educata. Credo alla passione che sa esprimersi, alla follia sana dell’amore. A quell'urgenza che si manifesta con sguardi che bruciano, con mani che non tremano ma afferrano, con parole che non cercano consenso ma verità.
Forse è questo che desidero ancora: non un amore normale, ma un’eruzione. Una bellezza che brucia e consola. I miei non sono eroici furori, come quelli di Giordano Bruno. I miei, semmai, sono erotici furori. Ma se ben condotti, anche loro possono portare a una forma più alta di conoscenza: quella che si scopre attraverso un corpo, una voce, una risata che ci attraversa come un lampo.
Mi chiedo se accadrà di nuovo. Se avrò ancora la fortuna — perché sì, è una fortuna — di incontrare una donna speciale. Una che abbia stile, ma senza arroganza. Passione, ma senza nevrosi. Una che sappia ridere delle cose sbagliate e sorridere per le cose giuste. Mi chiedo se saprò innamorarmi ancora. E soprattutto, se qualcuna saprà farlo con me.
Intanto il mare continua a muoversi, come un respiro. Io prendo l’ultima bomba alla crema dalla scatola, e la addento lentamente. Calda, dolce, unta. Proprio come certi ricordi. E sorrido, leggermente eccitato da quelli.
Non da quelli di una donna in particolare, ma di tutte coloro che, almeno una volta, mi hanno acceso qualcosa. Le gambe belle e lunghe che spuntavano da un vestito d’estate, quando bastava un incrocio di sguardi per capire che poteva succedere. Le carezze date con naturalezza, che ti restavano sulla pelle per ore. Quelle labbra che si mordevano ridendo e restavano incerte un attimo prima di saltare insieme dentro un letto, come in un temporale.
Ricordo quando il desiderio arrivava senza preavviso, con la forza di un’onda: mentre si mangia insieme, tra una forchettata e un complimento; mentre si guarda un film, e all’improvviso il suo profilo ti sembra la cosa più bella mai vista; mentre si guida, e ti prende quella voglia fisica di toccarla, lì, sulla coscia nuda, solo per sentire che è vera.
E, periodicamente, torna anche Lei: simile a quella “gonna di Genny in un ballo di tanti anni fa”. Quel tessuto leggero che si alzava appena a ogni passo, a ogni giro, quella danza che ti resta dentro e diventa il ritmo delle tue giornate. Non successe nulla, ma quella visione bastò per un mese intero. Il desiderio è anche questo: un’immagine, un gesto, una vertigine che si annida sotto pelle e non ti molla più.
Non è solo il sesso. È l’urgenza. L’affinità dei respiri. L’intelligenza delle mani.
Il corpo non mente, quando desidera. È onesto, brutale e commovente.
E ricorda tutto: il profumo sulla pelle, il calore tra le gambe, il disordine dopo l’amore. Quelle notti in cui il lenzuolo diventava un oceano da esplorare, e le parole difettavano, perché era il corpo a dire tutto.
Vorrei che tutte le mie feste, funerale compreso, finissero così, celebrando questi ricordi, col sapore pieno della vita e un filo di crema all’angolo della bocca.
Perciò prima di quel giorno voglio di più. Gioire di più. Soffrire di più. Non voglio una vita in ordine alfabetico. Voglio ancora lo stupore, il mistero, la vita.
E mi viene in mente ancora Groundhog Day, quando Andie MacDowell snocciola l’elenco infinito delle qualità che dovrebbe avere l’uomo ideale, e Bill Murray le chiede:
“È sempre di un uomo che stiamo parlando?”
Le donne ideali servono solo a prepararci allo stupore di quelle imperfettamente stupende, ne sono convinto. Le aspetto qui davanti al mare. Con una bomba alla crema in una mano.
Mai Provato
(La versione di Elena)
Nota: Suggestionato dal finale di Io e Annie, ho provato a immaginare come avrebbe parlato Elena, se le fosse stato concesso il monologo. Non è Molly Bloom, ma forse anche lei mi ha condizionato. Lo so: volo troppo alto coi miei paragoni, ma - sempre per citare Woody Allen - a qualcuno dovrò pur ispirarmi!
La vita càpita. Anche se pensiamo di scegliere. In realtà possiamo solo ricordare.
Ero tornata da poco nella mia città, dopo una laurea a pieni voti e un’esperienza all’estero. Mi ritrovavo già nei casini tipici della mia generazione: nessuna certezza, molta confusione, tanta precarietà. Catapultata in uno di quei luoghi talmente brutti da sembrare irreali. Posti che, se te li raccontano, non ci credi. Neanche se li vedi, ci credi. E se pure ci credi, comunque non capisci. Come la guerra, come la fame — quella vera. Come la prigione. O almeno, come la immagino. Ma non mi sono mai spaventata. Avevo imparato presto a non indietreggiare.
Si respirava un’aria pesante. Diffidenza, complicità forzata. Nessuno mi piaceva. Colleghi impauriti, ossessionati dall’apparenza. Tutti sembravano recitare una parte: quella che il dirigente pretendeva da loro. Anche in sua assenza. Una recita mediocre, continua.
Lui era diverso. Schiena dritta — e non per finta. Negli occhi, ironia indignata. A tratti delusione. Tranne quando guardava me. La simpatia fu immediata. E — sono certa — reciproca.
Parlava bene. Le parole uscivano ordinate, precise. Senza fronzoli, senza urla. Mi piacciono quelli che sanno usare le parole senza sprecarle. Usava una stilografica. All’inizio mi sembrò un vezzo. Una posa fastidiosa. Poi notai la grafia elegante, la mano controllata, il gesto calibrato. In quel luogo umiliante, sopraffatto dagli impulsi peggiori, mi apparve allora come un atto di resistenza silenziosa. Un gesto che non c’entrava nulla, e proprio per questo mi colpì.
Una volta, in sala professori, notò che stavo osservando la sua penna. La fece ruotare tra le dita e mi chiese, con naturalezza:
“Con una stilografica scrivi piano, e pensi meglio. Non trovi?”
Scossi la testa.
“Mai provato,” dissi.
“Dovresti. Certe penne sono come certe persone. Lasciano un segno più profondo. Chissà che non te ne regali una delle mie.”
Sorrisi. Non risposi. Ma la frase, come altre, mi rimase addosso.
Parlammo davvero per la prima volta durante una delle eterne attese prima di una riunione. Il dirigente — una narcisista megalomane — fissava appuntamenti a cui arrivava regolarmente con due ore di ritardo. E guai a non scattare sull’attenti quando finalmente si presentava.
Noi, intanto, stavamo lì. A fingere normalità. I colleghi spettegolavano, insultavano la dirigente a bassa voce, salvo poi trasformarsi in adoratori appena lei entrava.
Uno di loro, tentando di essere spiritoso, fece una battuta su di me.
Alluse al fatto che, essendo io una bella ragazza, non fosse affatto giusto che fossi — indicandolo con un cenno del capo — “tutta per lui”.
Rideva. Pensava di fare colpo.
Invece lui lo gelò, con calma:
«Non è solo bella. È di quelle donne che, se solo ti sfiorano, ti cambiano.»
Poi si voltò verso di me. Brevemente. E tornò a fissare l’altro.
Mi imbarazzò. Non risposi. Forse sorrisi. Poco. Troppo poco. Il complimento mi parve teatrale, eccessivo. Ma non del tutto falso. Non l’ho dimenticato.
Durante la riunione, intervenne e disse qualcosa che pensavo anch’io. Nessuno lo avrebbe fatto. Nessuno… tranne me. Ma fui contenta l’avesse detto lui. Ricordo anche come parlava alla dirigente. Mai diretto, mai aggressivo. Iniziava valorizzando qualche sua idea, poi, con garbo, la capovolgeva. Lei annuiva. Lo ringraziava. I colleghi non capivano. Io sì.
Se a un cane rabbioso mostri paura, ti azzanna. Se lo affronti, pure. Lui invece lo accarezzava. E il cane si sedeva. Io non ci sarei riuscita. Non mi apparteneva. Diffido dei compromessi e delle carezze finte.
Cominciammo a scriverci. Link, riflessioni. Una frase su Barthes, una battuta su Spielberg, commenti ironici sul lavoro. Lui leggeva. E ascoltava.
Una volta mi fece ridere tanto. Disse: “Questo non è un istituto scolastico, è Shutter Island. Anzi: Shitter Island. Il dirigente è l’unico paziente, e noi fingiamo di essere d’accordo.”
Quando gli chiesi perché nessuno protestasse, una sera mi scrisse:
“Vorrei solo insegnare. Il resto mi svuota. Non sono fatto per la polemica. Ma tacere mi pare indegno. E torno a casa esausto. Come dopo una guerra che non volevo, per colleghi che non combattono.”
Mi propose un caffè. Più di una volta. Dissi di no. Sempre. Con cortesia, certo. Senza esitazioni. Ma dentro… Non lo so. Non era paura. Non era snobberia. Era… troppo. Troppo tutto. Troppo presto. Troppo intenso. Troppo poco chiaro. Lo conoscevo poco. Finché non me lo chiese, non ci avevo pensato. Davvero. Non in quel modo. Avevo mille cose da fare, tutte importanti, tutte vere. E non era un modo per evitare nulla. Era la mia vita, semplicemente. Intensa, presente, piena.
E io non volevo giocare con nessuno. Non cercavo una storia, né un’eccezione. Cercavo solo di essere all’altezza di me stessa, in un posto che non ci somigliava per niente.
Una volta — sì, lo feci — mi chiesi come sarebbe stato. In un letto. O sotto una doccia. Nudo. L’immagine… Non mi piacque. O forse sì. Ma in un modo sbagliato. Non eccitante. Non brutto. Solo… storto. Fu come guardare una stanza che potresti abitare, ma non apri mai. E in cui hai paura di trovare le ragnatele. Un pensiero. Anzi no: un brivido con il freno a mano tirato. Rimase lì. Curiosità intellettuale, mi dissi. Una parentesi mentale. Nulla di più.
L’aspetto fisico conta. Per me, e per lui. Ne sono certa. Non credo gli piacerebbero donne più grandi. Io non ero così sapiosexual. E lui non sembrava così distante da certi canoni da superarli con leggerezza. Forse, se fosse stato più giovane…
Ricordo — non so perché proprio adesso — un giorno in cui i ragazzi erano insopportabili: sfacciati, volgari, provocatori al punto da sembrare compiaciuti. Lui, che aveva sempre avuto il controllo, perse la pazienza. Alzò la voce. Fu un attimo, ma bastò a farmi sobbalzare. Una rabbia netta, vera. Li zittì. Non si spaventarono, ma il legame — già fragile — si spezzò un po’ di più. Aveva ragione, lo sapevo. Eppure… non so. Provai una lieve, inspiegabile delusione. Come se, anche solo per un attimo, avesse abbassato la guardia. Come se il mondo intorno avesse avuto la meglio anche su di lui. Forse fu solo una scusa. Forse fu una crepa minuscola, che bastò a farmi esitare. Forse — e questo lo capisco solo ora — anche quel momento contribuì, senza che lo sapessi, a farmi dire di no a quel caffè.
Comunque, non volli offenderlo. Mi ritrassi. Quando smise di insistere, provai gratitudine. Il suo rispetto mi commosse più di qualsiasi gentilezza insistita. È una qualità rara, che apprezzo negli uomini che amo.
A volte succede: qualcuno ti vede. Davvero. Lusinga. Ma non basta. Posso dirlo ora: c’era anche un altro motivo, più profondo. All’epoca non lo sapevo.
Credevo ancora all’amore per sempre. A un’idea romantica. Un uomo più grande non ci rientrava. Sembrava illogico. E pure, già allora, i miei coetanei mi apparivano come ragazzini emotivi, incastrati nelle idee dei loro genitori. I loro sogni erano piccoli, egoisti. In tal senso, vecchi. Io no. Un tempo lo avvertivo ma non lo accettavo. Col tempo, però, ho capito che quella sensazione confusa era già una forma di consapevolezza. Ancora grezza, ma autentica. La vita, quasi sempre, si capisce con lentezza.
Non mi ritengo eccezionale. Però sì, a volte ci spero. La mia bellezza l’ho vista tardi. Prima non ci credevo. Sapevo di piacere, ma non mi vedevo come mi vedevano gli altri. Ora mi vedo più bella. In modo diverso. Più complesso, più vero. Anche grazie a una frase che lui disse ai ragazzi, un giorno. Mi colpì. Esagerata, certo. Ma vera. “Diceva che la vera bellezza è esorbitante: pregi che traboccano, difetti che travolgono, vita che straborda. Come Achille, spiegava: estremo nell’amore e nell’ira.”
“Senza difetti, sarebbe stato noioso,” aggiunse con un mezzo sorriso.
Mi colpì: era un’idea intensa, affascinante.
Ma poi mi sono chiesta: una donna, davvero, vorrebbe vivere con Achille?
E ora lo so: la bellezza è un dono, sì. Ma anche un compito. Un incarico silenzioso, che non hai scelto. Quando sei molto bella, alcuni uomini ti guardano come un trofeo. E pensano — senza nemmeno rendersene conto — di poterti comprare. Con l’intelligenza, con l’ironia, con la dedizione, anche coi soldi. Altri, più nobili forse, vogliono meritarti. Ma anche loro, alla fine, ti chiedono troppo. Ti chiedono la felicità.
È una speranza che non dicono, ma si sente. E a volte, senza volerlo, te la appoggiano addosso. Con delicatezza, certo. Con ammirazione. Ma sempre come se tu dovessi guarirli. Consolarli. Raddrizzargli la vita.
Forse temetti questo anche allora.
Forse sentii che nel suo desiderio — pur così rispettoso — c’era una fame primordiale. Una fame che non volevo saziare. Non volevo essere quella che salva. Né quella che delude. Non volevo quella responsabilità. Né quel bisogno.
Ora vivo con un uomo più grande di me di sette anni. L’ho incontrato in un parcheggio, al mattino presto. Avevamo adocchiato lo stesso posto. E alla fine ho parcheggiato io.
È bello, a volte anche appariscente. Affettuoso. Presente.
Scrive solo alla tastiera, e ha un vocabolario essenziale, ma quando sbaglia i congiuntivi ride — e io rido con lui.
Non mi salva, non mi chiede di farlo. E questo, adesso, mi basta.
Mi ama, a modo suo. Io lo ricambio, senza aspettarmi epifanie.
A volte litighiamo — e io dico cose che neppure capisce. Poi mi passa.
È vita. La mia.
Credo… no, sono felice. Ho una leggerezza nuova. Finalmente.
Il precariato è finito. Ho amici. Per il volontariato ho meno tempo, e questo un po’ mi dispiace. Ma non l’ho lasciato. Mi mancherebbe troppo.
Non ci ho pensato molto, negli anni. A lui, intendo.
Sono stata troppo occupata a vivere. E vivere, per me, è stato un lavoro a tempo pieno.
Ora che le giornate si sono fatte più quiete — e certe urgenze hanno smesso di urlare — posso permettermi di ricordare.
Ho riaperto quella stanza. Quella, e altre. Per qualche minuto soltanto. Ho spalancato le finestre e guardato cosa vi era rimasto.
Serenamente ho spolverato i ricordi, tolto le ragnatele.
Poi ho richiuso la porta. Con la sensazione netta che sia tutto al suo posto. Anche quello che non è successo.
La felicità — per quanto possibile — è anche questione di fortuna: momenti giusti, luoghi giusti, coincidenze. Non è cieca, ma imprevedibile. Gioca a dadi. E vince più spesso di Dio.
Ma ricordare… ricordare a volte, è bello. Specie se lo si fa con un pizzico di vanità, un filo d’orgoglio. Con la mia penna stilografica. Per dirmi, forse, quello che non so di sapere.
Post fazione dell’autore
Questo racconto a due voci non nasce dalla frustrazione, ma dalla fedeltà.
Non è la recriminazione per ciò che è mancato, ma l’omaggio a ciò che ha brillato. Un omaggio, e un lamento amorevole.
Un lamento, perché ogni forma d’amore, anche quando non si compie, lascia una traccia, una nota di malinconia che merita ascolto.
Amorevole, perché non c’è rabbia né rimprovero in queste pagine — solo la dolcezza ostinata del ricordare ciò che ha sfiorato il cuore. Anche solo per un istante.
Le donne e i corpi che attraversano queste pagine non sono fantasmi. Sono presenze. Tutte a loro modo reali, anche quando ne ho immaginate le parti mancanti.
E tutte, pertanto, vere. Verissime.
A ciascuna di loro devo un ricordo, un’inquietudine, una frase che non ho mai detto o che è rimasta sospesa tra le labbra.
Ho scritto con il desiderio — e forse con l’illusione — di salvare qualcosa. Il desiderio come forza conoscitiva, come fame di vita, come disordine necessario. Contro ogni forma di paura, di inibizione, di mortificazione della vita, di cautela istituzionalizzata, di autodifesa che diventa solitudine.
C’è chi scrive per scopare. E c’è chi scrive perché non scopa come vorrebbe. Temo di appartenere a entrambe le categorie. Anche se vorrei appartenere solo alla prima. O forse scrivo anche se nessuna frase riuscita vale quanto un lungo orgasmo.
Elena. Forse non è davvero la voce di Elena.
In un gioco di specchi è la mia voce che cerca la sua eco in una voce assente. Come in uno specchio nero.
Ma ho cercato di restare fedele all’idea che lei mi aveva dato di sé, non a quella che mi sarei potuto costruire.
C’è un fondo di vero da cui partire, anche quando immaginiamo. Anche quando riempiamo gli spazi vuoti.
Forse ho scritto questo racconto non per darle parola, ma per trattenerla nel solo modo che conosco: facendole dire quello che io non ho avuto il coraggio di chiedere.
Come Dante conservò Beatrice. Ma io non sono Dante, e il mio personaggio si rifiuta di essere Beatrice.
Non sono Joyce. Lei non è Molly Bloom.
Restano un caffè mai preso, una frase rimasta lì, una stilografica mai regalata.
Una cura da somministrare lentamente, come se scrivere — ancora una volta — fosse meglio che agire.
Perché agire ti espone. Ti sporca.
Scrivere, invece, ti permette di pulire tutto dopo. Di scegliere la luce. Di mettere in ordine. Anche le omissioni.
Non volevo renderla desiderabile.
Volevo giustificare la sua benefica inattingibilità.
Ma in fondo, è lo stesso. È sempre una forma di possesso. Una più educata.
Non so bene se le parole che ho scritto siano davvero mie, o siano sue.
Potrebbero esserlo. E mi deve bastare. Quanto al finale, è una delle rare volte che ne creo uno consolatorio. Salvo poi dichiararlo.
Quando la realtà difetta, la possibilità ci salva.
Napoli, 13 giugno 2025