Cloni identitari e libertà del soggetto
Il caso Khaby Lame e la funzionalizzazione dell'identità
ABSTRACT. Il caso Khaby Lame rivela una soglia nuova: il clone digitale non rappresenta l’identità, la esercita. Ne deriva una forma inedita di alienazione, endogena, che rende l’identità funzione tecnica autonoma. Quando l’identità diventa normativamente prevalente, la libertà non è abolita, ma svuotata: sopravvive come deviazione tollerata.
1. Un fatto apparentemente banale: il caso Khaby Lame
La notizia si è diffusa rapidamente e si è consumata ancora più in fretta: Khaby Lame avrebbe ceduto, per una cifra prossima al miliardo di dollari, i diritti di utilizzo di un suo "clone" digitale[1]. La formula è semplificata, ma il nucleo è chiaro: una persona reale autorizza la creazione e l'uso di una versione virtuale capace di riprodurne volto, voce, micro-espressioni, stile comunicativo, presenza pubblica, per impieghi che non richiedono più la sua partecipazione diretta.
Il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sulla cifra. Il valore economico ha funzionato come un anestetico concettuale: se la somma è così alta, allora dev'essere progresso; se il mercato paga, allora non c'è problema. Pochissimi si sono chiesti che cosa, esattamente, fosse stato ceduto. E proprio questo silenzio è il primo dato filosoficamente rilevante.
2. Oltre il diritto d'immagine: una differenza ontologica
Non siamo di fronte a una semplice estensione del diritto d'immagine. La tradizione conosce almeno due forme di delega identitaria.
La prima è la rappresentazione simbolica: l'immagine statica, che rinvia sempre a un soggetto esterno, presente come fonte ultima di senso e responsabilità. La seconda è la performance delegata ma circoscritta: il doppiatore, il sosia, l'attore che impersona qualcuno entro limiti temporali e funzionali chiari.
Il clone digitale introduce un terzo livello, qualitativamente diverso: un agente identitario persistente e autonomo, capace di operare nello spazio pubblico senza coincidere più con la volontà attuale del soggetto da cui proviene.
Qui la differenza non è di grado ma di natura. Il clone non rappresenta: opera. Non rinvia a qualcuno: lo sostituisce operativamente.
Non siamo più nel regime del segno, ma in quello della funzione. Il clone non "mostra" un'identità: la esercita. È questa differenza ontologica a rendere inadeguato ogni tentativo di ricondurre il fenomeno alle categorie tradizionali dell'immagine o della rappresentazione mediale.
3. Alienazione: da Marx a una forma nuova
Il concetto decisivo per comprendere ciò che accade è quello di alienazione, ma in una forma che eccede il modello classico.
Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx descrive l'alienazione come una quadruplice separazione[2]: – dal prodotto del lavoro, – dall'attività lavorativa, – dall'essenza generica dell'uomo, – dagli altri uomini.
Il prodotto del lavoro – scrive Marx – è il lavoro che "si è fissato in un oggetto, che si è fatto cosa".
Il clone digitale realizza tutte e quattro queste dimensioni, ma con una torsione radicale. Alienazione dal prodotto: la tua immagine operativa si stacca da te e circola autonomamente. Alienazione dall'attività: il clone agisce al posto tuo. Alienazione dall'essenza generica: ciò che ti rende riconoscibile come individuo sociale viene sottratto e reso funzione tecnica. Alienazione dagli altri: gli altri interagiscono con il clone, non con te.
Ma qui avviene qualcosa di nuovo: il prodotto alienato non è una cosa esterna. È una forma del tuo stesso essere. Non produci un oggetto, ma un agente che porta il tuo nome, il tuo volto, la tua riconoscibilità. L'alienazione non avviene più tra soggetto e mondo, ma all'interno della soggettività stessa. È una alienazione endogena.
4. Identità come processo e come sintesi
L'identità non è una sostanza. È un processo temporale: una traiettoria biografica, una capacità di mutamento, di smentita, di promessa. È instabile per natura, ed è proprio questa instabilità a renderla compatibile con la libertà.
Tuttavia, perché l'identità funzioni socialmente, essa produce sempre delle sintesi provvisorie: configurazioni riconoscibili che permettono il riconoscimento, l'imputazione, il giudizio.
Il clone digitale interviene precisamente su questo punto di equilibrio. Non cattura l'identità come processo, ma cristallizza una di queste sintesi e la sottrae al tempo. Il problema non è che congeli il passato, ma che produca un presente alternativo, che continua ad agire mentre il soggetto reale cambia.
Qui emerge la "vergogna prometeica" descritta da Günther Anders[3]: l'inferiorità dell'uomo rispetto ai propri prodotti tecnici. Il clone è sempre presente, sempre coerente, sempre disponibile. Non esita, non sbaglia, non muta. È funzionalmente superiore al soggetto reale. Ma proprio questa superiorità lo rende normativo.
5. Idem senza ipse: il clone non è un soggetto
Il clone non è un altro soggetto. Non è un gemello. Non è un alter ego. È un idem parassitario.
La distinzione di Paul Ricœur è decisiva[4]: – idem è la medesimezza (nome, volto, riconoscibilità), – ipse è l'ipseità (responsabilità nel tempo, capacità di mantenere una promessa).
Il clone simula perfettamente l'idem, ma è privo di ipse. Non risponde dei propri atti nel tempo. Non promette. Non assume colpa. Non ha biografia. È un simulacro operativo irresponsabile che agisce usando l'identità altrui.
Il gemello dice: "sono il gemello di X". Il clone dice: "sono X". Ed è creduto.
6. Riconoscimento e prevalenza
L'identità non è un fatto privato. In Hegel, l'autocoscienza esiste solo nel riconoscimento intersoggettivo[5]. Axel Honneth ha mostrato come questo riconoscimento si giochi anche nella sfera della solidarietà, cioè nella riconoscibilità pubblica del valore di una persona[6].
È esattamente qui che il clone opera. Se l'identità è ciò che viene riconosciuto, e il clone occupa lo spazio del riconoscimento con maggiore persistenza, continuità e visibilità del soggetto reale, allora il clone diventa l'identità socialmente rilevante. Non per sostituzione ontologica, ma per prevalenza fenomenologica.
Non siamo davanti a un'addizione, ma a una sovrapposizione interferente: un campo identitario occupato da un agente eteronomo. Come nell'interferenza d'onda, l'effetto è asimmetrico: distruttivo per il soggetto reale, costruttivo per il clone.
7. Archivi e memoria: la ritenzione terziaria
Questo processo è reso strutturale dalla dimensione archiviale. Le tecnologie digitali producono una memoria esternalizzata che conserva, organizza e rende disponibile il passato[7].
Gli archivi e gli algoritmi non distinguono tra atti del soggetto reale e atti del clone. Ma privilegiano ciò che è più stabile, più accessibile, più replicabile. Il clone diventa così l'identità archiviata, quella che resta, che viene richiamata, indicizzata, monetizzata.
Non è solo questione di visibilità. È questione di memoria sociale.
8. Normatività senza legge
In questo senso il clone è normativo. Non nel senso giuridico, ma nel senso della norma come dispositivo produttivo[8]. Non prescrive. Normalizza.
Il clone istituzionalizza una versione del sé come standard. Il soggetto reale non è vietato, ma continuamente misurato rispetto a quello standard. Ogni mutamento diventa scarto osservabile. Qui la società non disciplina, ma modula[9]. La libertà non viene negata. Viene resa costosa.
9. Consenso, libertà futura e funzionalizzazione identitaria
Qui il passaggio normativo diventa necessario.
Il consenso non è un atto istantaneo, ma una capacità che deve poter essere esercitata nel tempo. Un consenso è valido solo se chi lo esprime rimane capace di esprimere consenso in futuro. Esistono consensi auto-invalidanti: atti volontari che distruggono le condizioni della propria validità[10].
Vendere definitivamente la propria libertà è un caso classico. Anche se l'atto iniziale fosse volontario, esso annullerebbe la possibilità di ogni consenso successivo.
Applicato all'identità, l'argomento è questo. La libertà richiede la capacità di mutamento identitario nel tempo. Il clone identitario produce una normatività che riduce questa capacità. Dunque riduce la libertà effettiva del soggetto. Ciò che riduce la libertà non può essere legittimato dal solo consenso.
Qui il termine più preciso non è più "riduzione a funzione", ma funzionalizzazione identitaria: l'identità diventa una funzione input/output in sistemi tecnici governati da altri. Il soggetto reale resta formalmente libero, ma diventa socialmente irrilevante rispetto alla propria stessa identità.
Si potrebbe obiettare: il soggetto reale può sempre rinnegare il clone. È vero in linea di principio. Ma la libertà non è solo possibilità logica; è potere effettivo. Se posso parlare ma nessuno ascolta, sono formalmente libero ma sostanzialmente muto. Se il clone è fenomenologicamente prevalente, anche la ritrattazione del soggetto reale viene misurata rispetto allo standard clonato.
10. Identità come soglia politica
La distinzione moderna tra persona e cosa nasce proprio per questo. Da Kant a Hegel, la persona è ciò che non può essere ridotto a proprietà[11]. La schiavitù era la riduzione della persona a res, a instrumentum vocale[12]. L'abolizione fu una decisione ontologica prima che economica.
Il clone digitale non riduce il corpo a cosa. Riduce l'identità a funzione. Ma l'effetto è analogo: il soggetto resta formalmente libero, ma sostanzialmente eterodeterminato.
Per questo l'identità non può essere considerata alienabile. Non per sacralità morale, ma perché è una condizione di possibilità della libertà stessa.
11. Conclusione: una soglia storica
A questo punto non è più decisivo soffermarsi sul singolo caso, né sulla cifra, né sulle intenzioni del soggetto coinvolto. La questione che emerge è di ordine più generale e più profondo. Riguarda il tipo di soggetto che una società rende possibile quando consente che l'identità diventi una funzione tecnica separabile, replicabile e governabile da altri.
Finché l'identità resta intrecciata alla biografia, al tempo, alla responsabilità e al riconoscimento, il soggetto può mutare senza dissolversi. Può contraddirsi, perdere coerenza, cambiare posizione, senza per questo perdere il proprio statuto di agente. Ma nel momento in cui una configurazione identitaria viene stabilizzata, resa operativa e messa in circolazione come standard autonomo, il rapporto si inverte: non è più il soggetto a generare le proprie rappresentazioni, sono le rappresentazioni a delimitare ciò che il soggetto può permettersi di essere senza diventare marginale.
Questo non significa che la libertà venga abolita. Significa che viene riformattata. Non più come capacità di trasformazione riconosciuta, ma come deviazione tollerata rispetto a un modello normativo più stabile, più visibile, più spendibile. Il soggetto resta formalmente libero, ma perde progressivamente potere simbolico sul proprio stesso nome.
In questo senso, l'identità smette di essere il presupposto della libertà e diventa una sua variabile dipendente. Non è più ciò che rende possibile il consenso, ma ciò che viene modellato da sistemi che ne utilizzano la riconoscibilità come risorsa. È qui che si colloca la soglia: non tra lecito e illecito, ma tra soggetto e funzione.
Se questa soglia viene oltrepassata senza riflessione, il rischio non è una singola ingiustizia, ma una trasformazione silenziosa della figura del soggetto moderno. Un soggetto che può ancora parlare, ma sempre più spesso non conta. Che può dissentire, ma senza incidere. Che può cambiare, ma a prezzo della propria irrilevanza pubblica.
La questione dell'inalienabilità dell'identità non nasce dunque da un rifiuto della tecnica o del mercato, ma dalla necessità di preservare le condizioni minime della libertà come capacità effettiva di mutamento riconosciuto. Se l'identità può essere funzionalizzata integralmente, allora ciò che chiamiamo libertà sopravvive solo come forma vuota.
È questo il punto di arresto concettuale che il fenomeno dei cloni identitari ci costringe a pensare. Non una risposta immediata, ma una soglia che non può più essere ignorata.
NOTE
[1] Il caso Khaby Lame è stato riportato da diverse testate nel gennaio 2025. L'analisi qui condotta non dipende dalla verifica fattuale del caso specifico, ma dalla struttura concettuale che esso esemplifica.
[2] Il concetto di alienazione marxiana è sviluppato nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. La formulazione classica si trova nella sezione "Il lavoro alienato" (prima sezione dei manoscritti).
[3] Günther Anders sviluppa il concetto di "vergogna prometeica" (prometheische Scham) in Die Antiquiertheit des Menschen, vol. I (1956). Anders descrive la vergogna dell'uomo di fronte alla perfezione dei propri prodotti tecnici, che lo rendono "antiquato".
[4] La distinzione tra idem e ipse è centrale in Paul Ricœur, Soi-même comme un autre (1990). L'idem designa la medesimezza sostanziale (identità come permanenza), l'ipse l'identità come mantenimento della promessa nel tempo (ipseità).
[5] Sul riconoscimento intersoggettivo in Hegel, il riferimento canonico è G.W.F. Hegel, Phänomenologie des Geistes (1807), sezione IV.A sul riconoscimento (Selbständigkeit und Unselbständigkeit des Selbstbewußtseins; Herrschaft und Knechtschaft).
[6] Axel Honneth riprende e sviluppa la teoria hegeliana del riconoscimento in Kampf um Anerkennung (1992). Honneth distingue tre sfere di riconoscimento: amore (relazioni primarie), diritto (riconoscimento giuridico) e solidarietà o stima sociale (comunità di valore).
[7] Bernard Stiegler sviluppa il concetto di "ritenzione terziaria" (rétention tertiaire) in La technique et le temps, 3 voll. (1994-2001). La memoria tecnica o esternalizzata costituisce una terza forma di ritenzione dopo quella primaria (immediata) e secondaria (ricordo personale). Il concetto è particolarmente sviluppato nel vol. III, Le temps du cinéma et la question du mal-être (2001).
[8] Sul concetto di norma come dispositivo produttivo piuttosto che proibitivo, il riferimento è Michel Foucault, in particolare Surveiller et punir (1975) e i corsi al Collège de France degli anni '70.
[9] Il passaggio dalla società disciplinare alla società di controllo è tematizzato da Gilles Deleuze in "Post-scriptum sur les sociétés de contrôle" (1990), pubblicato in Pourparlers 1972-1990. Deleuze distingue il controllo (modulazione continua) dalla disciplina (modellamento discontinuo).
[10] Sulla teoria del consenso auto-invalidante, i riferimenti classici sono: Joel Feinberg, "Legal Paternalism", Canadian Journal of Philosophy, vol. 1, n. 1, 1971, pp. 105-124; Gerald Dworkin, "Paternalism", in R. Wasserstrom (ed.), Morality and the Law, Wadsworth, Belmont 1971, pp. 107-126.
[11] Sull'inalienabilità della persona come principio moderno, i testi fondativi sono: Immanuel Kant, Metaphysik der Sitten (1797), in particolare la Tugendlehre (Dottrina della virtù), sezione sui doveri verso se stessi. E G.W.F. Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts (1821), §§ 35-71 sulla "Proprietà".
[12] La formula romana dello schiavo come instrumentum vocale (strumento parlante) è attribuita a Varrone. La fonte è De re rustica, I, 17, 1, dove si distinguono tre tipi di strumenti agricoli: instrumentum mutum (strumenti inanimati), instrumentum semivocale (animali da lavoro), instrumentum vocale (schiavi).
BIBLIOGRAFIA
Opere citate
Anders, G. (1956). Die Antiquiertheit des Menschen. Band I: Über die Seele im Zeitalter der zweiten industriellen Revolution. Beck, München.
- Trad. it. L'uomo è antiquato. Vol. I: Considerazioni sull'anima nell'epoca della seconda rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
Deleuze, G. (1990). "Post-scriptum sur les sociétés de contrôle". In Pourparlers 1972-1990, Minuit, Paris, pp. 240-247.
- Trad. it. "Poscritto sulle società di controllo", in Pourparler, Quodlibet, Macerata 2000, pp. 234-241.
Dworkin, G. (1971). "Paternalism". In R. Wasserstrom (ed.), Morality and the Law, Wadsworth, Belmont, pp. 107-126.
Feinberg, J. (1971). "Legal Paternalism". Canadian Journal of Philosophy, vol. 1, n. 1, pp. 105-124.
Foucault, M. (1975). Surveiller et punir. Naissance de la prison. Gallimard, Paris.
- Trad. it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 2014.
Hegel, G.W.F. (1807). Phänomenologie des Geistes. Goebhardt, Bamberg und Würzburg.
- Trad. it. Fenomenologia dello spirito, 2 voll., a cura di E. De Negri, La Nuova Italia, Firenze 1996.
Hegel, G.W.F. (1821). Grundlinien der Philosophie des Rechts. Nicolai, Berlin.
- Trad. it. Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari 2004.
Honneth, A. (1992). Kampf um Anerkennung. Zur moralischen Grammatik sozialer Konflikte. Suhrkamp, Frankfurt am Main.
- Trad. it. La lotta per il riconoscimento. Proposte per un'etica del conflitto, Il Saggiatore, Milano 2002.
Kant, I. (1797). Die Metaphysik der Sitten. Nicolovius, Königsberg.
- Trad. it. Metafisica dei costumi, Laterza, Roma-Bari 2009.
Marx, K. (1844). Ökonomisch-philosophische Manuskripte. Pubblicati postumi.
- Trad. it. Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di N. Bobbio, Einaudi, Torino 2004.
Ricœur, P. (1990). Soi-même comme un autre. Seuil, Paris.
- Trad. it. Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993.
Stiegler, B. (1994-2001). La technique et le temps, 3 voll. Galilée, Paris:
- Vol. I: La faute d'Épiméthée (1994)
- Vol. II: La désorientation (1996)
- Vol. III: Le temps du cinéma et la question du mal-être (2001)
Varrone, M.T. (I sec. a.C.). De re rustica.
- Ed. moderna: M. Terenti Varronis Rerum rusticarum libri tres, ed. G. Goetz, Teubner, Leipzig 1929.
Letture di approfondimento
Agamben, G. (2014). L'uso dei corpi. Neri Pozza, Vicenza.
Arendt, H. (1958). The Human Condition. University of Chicago Press, Chicago.
- Trad. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2017.
Butler, J. (2005). Giving an Account of Oneself. Fordham University Press, New York.
Esposito, R. (2004). Bios. Biopolitica e filosofia. Einaudi, Torino.
Foucault, M. (1976). Histoire de la sexualité, I: La volonté de savoir. Gallimard, Paris.
- Trad. it. Storia della sessualità, 1: La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 2013.
Habermas, J. (1968). Erkenntnis und Interesse. Suhrkamp, Frankfurt am Main.
- Trad. it. Conoscenza e interesse, Laterza, Roma-Bari 2006.
Heidegger, M. (1953). "Die Frage nach der Technik". In Vorträge und Aufsätze, Neske, Pfullingen.
- Trad. it. "La questione della tecnica", in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976.
Simondon, G. (1958). Du mode d'existence des objets techniques. Aubier, Paris.
- Trad. it. Del modo di esistenza degli oggetti tecnici, Orthotes, Napoli 2012.
Taylor, C. (1989). Sources of the Self: The Making of the Modern Identity. Harvard University Press, Cambridge (MA).
- Trad. it. Radici dell'io. La costruzione dell'identità moderna, Feltrinelli, Milano 1993.
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism. PublicAffairs, New York.
- Trad. it. Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019.
Note metodologiche
Le traduzioni italiane sono indicate quando disponibili. Per i testi classici (Kant, Hegel, Marx) esistono numerose edizioni: quelle indicate sono le più diffuse e accessibili nelle biblioteche accademiche italiane.
I concetti di "alienazione endogena", "funzionalizzazione identitaria" e "prevalenza fenomenologica" sono qui proposti come categorie analitiche originali, costruite a partire dai materiali concettuali della tradizione filosofica ma applicate a un fenomeno (i cloni digitali identitari) che quella tradizione non poteva ancora tematizzare.